venerdì, aprile 01, 2005

De Eligendo Pontifice


Dopo le notizie sulle allarmanti condizioni di salute del sovrano pontefice, trapelate nel tardo pomeriggio del 31 Marzo,tra i primi a commentare - con avvertita preoccupazione - l'arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schonborn.
Dichiarando di averlo incontrato pochi giorni orsono, il sessantenne cardinale midleuropeo ha sostenuto che "avvicinando[si] alla fine della sua vita" "Il pontefice non è abbattuto e spera che giunga per lui il momento del conforto".

giovedì, marzo 31, 2005

SCHIAVO


“In verità in verità vi dico : voi piangerete e vi rattristerete ma il mondo si rallegrerà”
(Gv. 16,20a )
Buona Pasqua a Terri Schiavo – oggi è la sua Pasqua - "povera carusa" !

mercoledì, marzo 30, 2005

about a boy/4

Oggi intorno alle 13:00, il mio primo kebàb.

Adversus Haereses V

<< Una videocamera installata nel sepolcro non avrebbe ripreso nulla>>.

Così scrive il teologo ed esegeta cattolico Hans Kessler nel suo libro La Risurrezione di Gesù Cristo (Brescia) descrivendo il momento più misterioso e importante della fede cristiana, quello della resurrezione di Gesù, l’evento sul quale si fonda la credenza dei seguaci di Cristo, senza il quale la religione più diffusa nel mondo non avrebbe alcun senso.
[…]
Una videocamera, installata in un anfratto di pietra, puntata su quella lastra funeraria dov’era stato deposto il crocifisso, non avrebbe dunque ripreso nulla, ipotizza il teologo. Nessuna immagine o meglio l’immagine fissa di un morto avvolto nel sudario. Il biblista cattolico, che pure crede alla “realtà” della resurrezione, ha la preoccupazione di sottolineare, in questo modo e con questo paradossale esempio, che bisogna smetterla di insistere, come faceva certa vecchia apologetica, sulla “storicità” e sulla “fisicità” dell’evento pasquale, perché quell’evento – anche per chi crede – sarebbe avvenuto in una dimensione che nulla può avere a che fare con la nostra e che dunque nessuna telecamera avrebbe potuto mai fissare.

La << Resurrezione di Gesù >>, scrive lo studioso Giuseppe Barbaglio, << affermata come un evento reale, non è situata nel tempo e nello spazio >>.

Se la nostra ipotetica telecamera non ha ripreso nulla, spiega ancora Kessler, è perché il sepolcro vuoto << si colloca piuttosto sul piano della metaforica e della logica narrativa. La liberazione dal sepolcro è modello e immagine della cosa che si intende dire: modello e immagine della liberazione dalla morte e del dono di una vita nuova e precisamente indistruttibile >>. E conclude << La resurrezione non è perciò direttamente qualcosa che ha a che fare con il cadavere e, di conseguenza, il sepolcro vuoto non è parte costitutiva necessaria della fede cristiana nella resurrezione, ma piuttosto un suo simbolo illustrativo >>.
La nostra inchiesta inizia da qui.




Così inizia quindi “L’inchiesta sulla RESURREZIONE”, prezioso libretto apologetico (per me "apologetico" è un complimento) che ha come tema d’indagine le ore della sepoltura di Cristo, del vaticanista Andrea Tornielli, uscito in edicola per la settimana santa.
Dalle opinioni di certi fini esegeti ricavo alcune perplessità:
se una telecamera all’interno del sepolcro non avrebbe filmato nessun corpo, vuol dire che il corpo di un morto di nome Gesù non vi fu mai deposto?

E se la risurrezione di cui parlano i vangeli era solo una metafora della “liberazione dalla morte”. allora la metafora – e quindi la predicazione apostolica della risurrezione come prova della divinità di Cristo - manteneva tutto il suo valore anche se il cadavere di Gesù fosse rimasto disteso nel sepolcro oltre il terzo giorno ed oltre ancora, fino al naturale disfacimento per putrefazione?

Ma se la risurrezione è metafora “del dono di una vita nuova”, allora anche le sofferenze di Cristo – schiaffi, sputi, coronazione di spine, flagellazione, essere trapassato dai chiodi – culminanti nella morte per crocefissione, possono essere solamente un simbolo?

Quindi posso tranquillamente tralasciare ogni riferimento alla “fisicità” della crocifissione?
Credere al valore redentivo della morte di Gesù in croce, anche se in realtà Gesù non fece fisicamente quella morte dolorosissima, essendo la passione solo un espediente letterario funzionale alla logica metaforica del messaggio cristiano il cui valore si situa fuori dal tempo e dallo spazio?

Ma non diceva san Paolo che “se Cristo non è risorto vana è la nostra predicazione e vana la vostra fede”?

Di un Cristo primizia di coloro che risusciteranno – non fisicamente ma solo metaforicamente - dai morti alla fine del mondo, che me ne faccio?
Che me ne faccio di un Salvatore che mi ridona alla fine dei tempi il mio corpo metaforicamente risuscitato?
Povero Michelangelo! Chissà come rimarrebbe deluso dallo scoprire che ha perso anni ad affrescare tutti quei corpi muscolosi, nel grande Giudizio Universale della Sistina, quando se la poteva cavare con due metaforiche pennellate.

lunedì, marzo 28, 2005

las Angustias


Signore,
s’ignora il motivo per cui il giorno di Pasqua a ‘Domenica In’
Massimo Giletti abbia voluto dirigere un simposio teologico - protrattosi addirittura per poco più di un quarto d’ora! - togliendo spazio alle sacre lamentazioni di una Manuela Villa o di qualche geriatrico protetto di Paolo Limiti.

Gesù mio, so che sono un mare i peccati che mi tocca scontare ma Tu lo sai che la mia soglia di sopportazione del dolore è bassa assai e “certe cose ti segnano”!
Così hai voluto interrompere le nostre allegrezze per il sovvenire del fragore del rotolare della pietra della tua vuota sepoltura, per rammentarci che Tu vuoi patire nel tuo corpo mistico fino alla consumazione dei secoli?
Si, così hai voluto nei tuoi imperscrutabili disegni.

Hai lasciato che il presentatore con il cipiglio del bravo ragazzo dell’oratorio, domandasse cosa pensassero di Dio, della Fede, della fede nell’aldilà, della Tua gloriosa resurrezione, ad un prete (beh, almeno ne hanno scelto uno ferrato in materia!), ad una virile suora missionaria, a donne dello spettacolo credenti e giornalisti agnostici, coronati da un pubblico di uomini qualunquisti e di “signore mie” trasudanti patetismo.
Ciò che angustiava era il vedere l’impossibilità, di chi avesse veramente qualcosa da dire – e non degli stereotipi –, ad esprimersi, perché il cerimoniere maggiore Giletti, in nome della dottrina della prevaricazione concessa al presentatore, bloccava chi si dilungasse per più di 30 secondi; stroncando i ragionamenti che, pur provenendo da persone di fede, sembravano originali ed intelligenti e non facilmente sbeffeggiabili al pari di quelli della “tanto credente” signora mia.

Ma ciò che più angustia non è affatto un dibattito in cui i cattolici vadano al tappeto, ma l’assenza assoluta di dibattito o per meglio dire di dialogo. L’inutilità di chiamare come ospiti illustri, due egregi vaticanisti come Marco Politi della Stampa e Andrea Tornelli del Giornale i quali non hanno avuto nemmeno la possibilità di terminare una frase di senso compiuto;impossibilità di esprimersi oltre la frase fatta, e al contempo la compunzione di chi è magari pure convinto di fare ‘servizio pubblico’; interrompere chi parla di cosa oggi può significare “imitare Cristo”, scusandosi che bisogna mandare la pubblicità per poi stare 2 minuti a sbrodolarsi addosso che era giusto in quel giorno solenne non far finta che non si trattasse di una festività religiosa, e coraggiosamente affrontare la tematica spirituale, era un lavoro sporco ma qualcuno doveva pur farlo:
<< Minchia che ridere! >>.
Mi dispiace per il barelliere Massimo, ma il suo zelo non mi ha conquistato: tra i patiti delle gite a Lourdes io trovo più credibile il Tarcisio di Zelighiana memoria.

Il gilettiano tribunale della fede m’ha provocato solo il desiderio di cambiar canale.
Ispiravavano più cristiana edificazione i belli di ‘Buona Domenica’ Costantino e Daniele che senza sfoggio teologico ma traboccanti di divina carità, come novelli madre Teresa di Calcutta, distribuivano baci alle “zitelle scofanate”: la brama per i vezzi dei due “bronzi” da parte di una donna del vasto pubblico di Buona Domenica, può avere come corrispondente solo l'anelare un pugno di riso da parte di una donna del Bangladesh.

domenica, marzo 27, 2005

Virgen de la Aurora


"Tuttavia prima di tutti apparve alla madre, la Beata Vergine Madre di Dio: non per dar prova della resurrezione ma per renderla lieta con la sua visita"
(Leone Magno)




venerdì, marzo 25, 2005

Sovrane Passioni


Maria << Turris eburnea >>


La torre è una costruzione che s’innalza nobile e maestosa al di sopra degli edifici circostanti. Perciò quando, servendoci di questa immagine, diciamo che un uomo è una torre, vogliamo intendere che al suo confronto tutti gli altri sono bassi e piccoli.

Questo tipo di grandezza rifulge nel caso della Beata Vergine. Sebbene nella passione del Signore abbia sofferto un’angoscia più acuta e più intima di quanto non l’abbiano soffertà gli apostoli, tuttavia ella si comportò, nella prova, in una maniera più nobile e più forte.
Infatti, quando Gesù affrontò la sua agonia, gli apostoli, vinti dalla stanchezza, si addormentarono. Non seppero lottare ne dominare la profonda delusione e il grande abbattimento, ma ne furono sopraffatti. Subito dopo, quando a san Pietro fu chiesto se era discepolo di Gesù, egli lo negò.
E non fu solo nel tradimento. Gli apostoli ad eccezione di san Giovanni fuggirono e si nascosero. Anzi, persero anche la fede in Lui e pensarono che tutte le attese che aveva suscitate erano fallite completamente.

Quanto differente fu il comportamento coraggioso di santa Maria Maddalena e ancor più quello della Vergine Maria! Di lei è detto espressamente che stava ai piedi della croce. Non pianse né si gettò a terra, ma stette diritta a ricevere i colpi che la lunga agonia del figlio le infliggeva ad ogni istante.

In questa grandezza e generosità nel soffrire, ella, paragonata agli apostoli, ci appare veramente incrollabile e forte come una torre. Ma le torri sono vaste, pesanti, opprimenti, e vengono costruite per scopi di guerra e non di pace. Non hanno la grazia, la gentilezza e la simpatia che risplendono in Maria. Per questo ella è chiamata Torre d’avorio: per farci comprendere, per mezzo della lucentezza, la purezza ed il valore di quel materiale, quanto sia trascendente l’amabilità e la dolcezza della Madre di Dio.
(J.H. Newman)

Venerdì Santo



L’anima agisce per mezzo del corpo come attraverso un suo strumento; similmente, in modo più perfetto ma altrettanto intimo, l’eterno Verbo di Dio agì mediante l’umanità che aveva assunto.
Quando parlava, era veramente Dio che parlava; quando soffriva era veramente Dio che soffriva. Non che la natura divina possa soffrire, come neppure la nostra anima umana può vedere e udire, ma come l’anima vede e ascolta attraverso gli organi del corpo, così il figlio di Dio soffri nella natura umana che aveva assunta e fatta propria. E in questa natura ha sofferto veramente; come veramente ha formato il mondo con il suo potere onnipotente, altrettanto realmente ha sofferto nella sua natura umana.

Riflettete su questo, voi tutti che non vi preoccupate troppo, e considerate se con tale pensiero potete leggere senza timore e paura gli ultimi capitoli dei quattro Vangeli.
(J.H. Newman)

giovedì, marzo 24, 2005

Giovedì Santo


Voglio dunque ricordare anzitutto che la morte di Cristo non è stata un semplice martirio. Martire è colui che muore per la Chiesa, colui che è messo a morte perchè predica e difende la verità.
Anche Cristo, in realtà, fu messo a morte perchè ha annunciato il vangelo. E tuttavia non fu un martire. Se fosse stato un semplice uomo, sarebbe stato giustamente chiamato martire ma poichè non era solamente uomo, così non è semplicemente un martire.
L'uomo muore come un martire ma il Figlio di Dio è stato immolato come sacrificio d'espiazione.
Siamo qui subito introdotti, come vedete, in un argomento molto misterioso ma che ci riguarda da vicino.
(J.H.Newman)

mercoledì, marzo 23, 2005

martedì, marzo 22, 2005

martedì santo

- Di dove siete voi?
- Spagna
- Beh l'avevo capito, ma di quale parte della Spagna?
- Sevilla
- Siviglia?! - sorrido compiaciuto - Certo: mentre tutti vanno a Siviglia proprio per i riti della settimana santa, voi sivigliani invece...
- E si, stà piena di turisti, sovra tuto italiani.
Però aquì està il Papa... Roma è maravigliosa!
A Siviglia està piovendo mentre aquì en Roma se stà benisimo...
Devo dire però che me mancano le processioni... ma bisogna scegliere, no?


(Io sarei rimasto a Siviglia!)

trigesimo

Alberto Melloni sul Corriere del 21 Marzo fa una recensione su una poderosa biografia di Giuseppe Lazzati – Lazzati. Una sentinella nella notte (1909-1986) - dirigente dell’Azione Cattolica, giornalista, politico, cristiano di grande spiritualità e rettore dell’Università Cattolica di Milano negli anni della contestazione e del quale è aperto il processo di beatificazione.
La sua posizione di cattolico “laico” lo spinse a difendere ciò che la coscienza gli indicavano esser giusto e verace anche se in difformità dalle posizioni delle gerarchie ecclesiastiche.
Come si direbbe oggidì - ammiccando all’agone politico - un "cristiano adulto" e con tanto di aureola in arrivo!E penso che a Melloni nell'enarrare tutto ciò non sfugga la volontà di proporre velati riferimenti all'odierna cronaca referendaria.

Ma tornando alla storia, Melloni ci edifica con un esempio di cristiana e al contempo laica fortezza avvenuto nel 1975. Nonostante la volontà papale di ridimensionare, se non addirittura di chiudere, un ateneo che sforna ben poche coscienze cattoliche, Lazzati pone una serie di controragioni che fanno colare a picco la proposta vaticana.
Melloni ha una tesi da dimostrare: nel ’75 il papa e la curia, affossando l’Università Cattolica vogliono punire il suo rettore per il suo non allinearsi alla posizione [mentale] della gerarchia riguardo al referendum sul divorzio dell’anno prima. Lazzati, pur contrario al divorzio, non condivideva infatti lo spirito di “reconquista” cattolica con cui si ammantava la campagna referendaria mentre, nella stessa università, il professor Luigi Giussani organizzava i “suoi” studenti di CL a difesa della posizione integrista.

Inizierebbe così presso le alte sfere vaticane l’ascesa irrefrenabile di Comunione e Liberazione, che come segno della benevolenza pontificia “incassa il 23 Marzo 1975, festa delle palme,l’udienza da Paolo VI che legittima atteggiamenti contro i quali Davide Maria Turoldo scrivera sul Corriere della Sera un pezzo di fuoco.”
Sicuramente quella domenica delle palme segnò una svolta nel giudizio di papa Montini sull’esperienza di Comunione e Liberazione, come spessissimo ha ricordato lo stesso Giussani raccontando della vivida inpressione causatagli dalle parole d’incoraggiamento al proprio metodo educativo, rivoltegli da Paolo VI alla fine di quella messa – non udienza – in piazza San Pietro.

Senza timori di smentita, non si trattò di una gioiosa udienza premio concessa ai giessini, ma di uno dei momenti umanamente più tristi del pontificato montiniano. Paolo VI ebbe l’intuizione – straordinariamente sviluppata da Giovanni Paolo II- di fare della domenica delle Palme dell’anno 1975 una giornata della gioventù. Al giubileo dei giovani del 1975 delle organizzazioni giovanili cattoliche invitate a parteciparvi, solo Giussani e i suoi si presentano numerosi, gli altri snobbarono l’evento.

lunedì, marzo 21, 2005

Lunedì Santo






Guapa!



Guapa!




Y guapa!

venerdì, marzo 18, 2005

la "SPARTENZA"

[il Commiato]



Ed ora dove vai, o Gesù mio?

Vado, risponde, a morire per te. Non m’impedire. Questo solo ti cerco e ti raccomando: Quando mi vedrai già morto sulla croce per te, ricordati dell’amore che ti ho portato; ricordatene ed amami.
(S. Alfonso de Liguori)

giovedì, marzo 17, 2005

mercoledì, marzo 16, 2005

generazione ( Aronne ) Piperno

Noi giovani inconcludenti che perdiamo tempo con la vita, mentre i nostri padri all’età nostra avevano già una prole da condurre al fonte battesimale, e da mantenere.
Noi che siamo cresciuti con Lady Oscar; noi che soffriamo da ansie da prestazioni intellettuali, che ci beiamo rimembrando i nostri intimi fallimenti; che come sterile passatempo scribacchiamo per una terapia 'fai da te', ma incapaci di dire qualcosa se non camuffando le nostre e le altrui prosaiche esistenze.
Noi che troviamo essere una delle cose più preziose al mondo la possibilità di passeggiare per le stradine del centro storico imparando a memoria dove si trovano incastonate capitelli di spoglio o le devote madonnelle.
Vittime del “Ghetto style”.
La simpatia beffarda che “er sor marchese” prova per “Aronne Piperno ebanista” mi appartiene un pò; provo nostalgia per santa Francesca Romana e per i suoi miracoli da mamma pasoliniana.


Scendere poi verso il Portico d’Ottavia da dietro Sant’Angelo in Pescheria; passare davanti ad un forno ebraico accanto al tempietto barocco della Madonna del Carmine – acattolicamente restaurato – e ritrovando nella porta tra il forno e l’edicola sacra, l’ingresso del forno da cui il giovane panettiere omicida della “Finestra di Fronte” scappa nella notte dalla parte di piazza Costaguti.



Quello è un film culto per un amante di quegli scorci notturni, e per smorzare la rabbia per non essere ancora riuscito ad individuare dov’è localizzato il famoso “bivio”, decido di sgranocchiare qualcosa ed entro nell’angusta pasticceria dove le due signore sono sempre di una squisita antipatia kosher.

mercoledì, marzo 09, 2005

Ostende Nobis

Dopo le prime notizie sulla tragica morte dell’agente del Sismi Nicola Calipari, ho provato tanta rabbia per la sorte di un uomo da tutti indicato come persona umanamente splendida. Sinceramente pianto da amici e colleghi, ma che soprattutto lascia nello strazio una moglie e due figli adolescenti. Il primo pensiero – di cui non mi vergogno! – è stato: perché non è morta Giuliana Sgrena?
Non ha senso un ragionamento del genere, è ingiusto e irrazionale: potevano morire entrambi, o tutti e tre compreso l’autista, ma veder piangere Pierre Scolari non mi avrebbe certo commosso, come invece vedere le lacrime della vedova Calipari. Probabilmente veder piangere Pierre Scolari non mi avrebbe certo commosso tout court: confesso di non brillare per spirito empatico, e spesso son costretto a dolermene.

Poi ho visto il compagno e i “compagni” di Giuliana Sgrena piangere sincere lacrime per un… poliziotto “borghese” e “fascista”- con tanto di fratello monsignore in Vaticano -, ovviamente nel senso che i termini avevano e avrebbero avuto sulla bocca e sulla penna di una Rossana Rossanda, non sotto l’effetto della gratitudine.
Ma è proprio questa dimensione di gratitudine umana che travolge pregiudizi e steccati ideologici; squarcia muri di diffidenza.

L’affetto e la stima che una persona, che ami e stimi, dimostra verso qualcuno ignoto alla nostra esperienza, la fiducia che egli gli dimostra, ci costringe a stimarlo; non lo conosci ma ti fidi perché non puoi farne a meno, razionalmente non puoi fare a meno di fidarti, perche colui che ami non ti trasmette idee astratte, ma un’esperienza vitale. E se Giuliana si sente segnata da questo evento al contempo di morte e di salvezza, e se il suo compagno ribadisce l’estrema fiducia che aveva per quell’uomo, per la certezza interiore trasmessagli da Calipari che la sua Giuliana sarebbe tornata libera, non può che sentire dolore per la morte di quest’uomo.

Ai solenni funerali di Stato, l’immagine di Pierre Scolari che si accascia piangente sul grembo della vedova dell’uomo che ha dato la vita per la vita della donna che ama, è stata per me di una forza immaginifica impressionante.
Ho visto Scolari inchinarsi davanti ai dolori della donna, quasi che da quel grembo abbia ricevuto una rediviva Giuliana Sgrena. Forse quella bionda signora che ho visto – mentre domenica sono sfilato davanti al feretro del marito - mentre inutilmente cercava di trattenere le lacrime, ha delle risorse interiori cui aggrapparsi mentre invece a dei giornalisti del Manifesto rimarrebbe solo una gelida disperazione.
Cerco di pensare, confortato dalle parole del fratello di Canepari, che questa morte magari possa destare nuove consapevolezze, forse ad una sola persona.

Penso che quell’umile rosario marrone, offertami con grande semplicità all’ingresso della camera ardente, che ho stretto forte nel pugno, e col quale mi sono fatto un segno di croce davanti alla bara di Nicola Calipari, sia segno del suo credere e simbolo del suo agire discreto ma efficace.

Ha detto ai funerali il fratello sacerdote:
“Non si costruisce una società diversa, un mondo veramente migliore, se non si adotta la logica del dono di sé, se ciascuno di noi non è disposto a percorrere la stessa via di Nicola”

domenica, marzo 06, 2005

Dio e Sanremona

Penso che, per motivi incomprensibili (del resto lo dice la Bibbia: “i miei pensieri nono sono i vostri pensieri…” etc), a Dio piaccia il festival di San Remo.
Se c’era una edizione che poteva creare nel pubblico (popolo) italiano disgusto ed avversione per la manifestazione “canora”( cioè “da cani”)era quella del 2005.
Tra papi moribondi, presentatori morti, ostaggi impallinati e commozioni e italici furori di fronte al ritorno di feretri sul suolo patrio;
solo l’intelligente sensibilità di Paolo Bonolis è riuscito far passare la premiazione della 'canzone regina' come l’aulica manifestazione di un cordoglio nazional popolare.

Ad Ambra Angiolini in Renga và il premio di donna dell’anno.
Ella, nel suo cantuccio televisivo,ha trepidato per le sorti dell’uomo suo, e nell’ora della vittoria ha resistito di fronte a chi la pressava per raggiungere al centro della scena il Boccoluto consorte.
Ambra irremovibile nel suo ruolo di femmina devota del suo uomo e padrone,è rimasta nell’ombra, conscia della proria potenza circea di poter trasformare la soddisfazione per l’importante traguardo raggiunto da un giovane cantante bresciano - che solo alza il pegno della vittoria - nel rancore per il passare alla storia come “il marito di Ambra” che vinse il festival del 2005.
L’ho sempre detto che solo grazie alle donne rimangono unite le famiglie.

E l'osservazione perde qualsiasi vena ironica quando vedi una quarantenne madre di due adolescenti che nel gelo della notte accoglie un marito che non c'è più

venerdì, marzo 04, 2005

Core, core 'ngrato!



- Ma non esistono preti così, col mascellone! Preti così belli, semplicemente non si fanno preti.Ma andiamo! – commenta all’orecchio il navigato mio vicino di poltrona – non è credibile come prete; si vede proprio che Ozpetek non frequenta le parrocchie.
- Beh, è la rappresentazione di come il buon Ferzan s’immagina il prete nelle sue fantasie… - chioso impudente – oh! Ma sempre gli stessi attori.
E ad un tratto penso: ma non c’è la turca? Peccato, trovo che esprima grande umanità, ispira un gran senso di matriarcalità, sarà per questo che Ozpetek l’adora.
L’ho vista a in una puntata di Ballarò in cui si discuteva dell’ingresso della Turchia nell’UE: quel gretto leghista, se l’è “magnato”.
Evvai:c’è pure la mitica cassiera!

Mi rivolgo al mio amico pensando di confidare una stramba sensazione percepita solo da me
- Guarda: la pietà! - si ma ora indugia un po’ troppo… Ma è imbarazzante: Dio mio, ma nemmeno il Gesù di Zeffirelli!
- Ma dov’è qui?
- Rione monti, verso via dei serpenti credo.
- A si, riconosco le salite.
- Zitto,zitto
– faccio io. Mi accorgo che la coppietta seduta davanti si agita infastidita dal chiacchiericcio
- Saranno intellettuali di sinistra.
- Francesco, guarda che, in questa sala, [512 posti] sono tutti di sinistra!
- A!

Scorrono i titoli.È finita!
Non sai che dire di questo nuovo film di Ozpetek. Il mio primo pensiero è che mi sarebbe piaciuto vederlo con Virginia de Leiva per sentire i suoi commenti a caldo, chissà cosa direbbe lei che si rivede ‘Le fate ignoranti’ ogni settimana. Si: no comment.

Ovviamente continuiamo la conversazione intorno al tavolino di un pub...

Lei non interviene, ma alla fine - intuendo che presto o tardi, qualcuno avrebbe potuto “brutalmente” chiederle un parere - con studiata disinvoltura, l’Avventizia del settimo giorno sospira:
Devo dire che mi è molto piaciuto il film che siamo andati a vedere, la settimana scorsa.

E tacque per sempre.

giovedì, marzo 03, 2005

Bertinotti e Liberazione…




...e la Regina mundi






Fausto Bertinotti, leader di Rifondazione Comunista, in una intervista a Panorama ammette che la sua professione d’ateismo è in crisi, se non addirittura accantonata definitamene insieme alle matrioske, ai busti di Lenin, le foto di Stalin e gli altri souvenir della Mosca sovietica. Tra i giornali della sua personale rassegna stampa c’è sempre L’Osservatore Romano; accanto all’amicizia di preti (e spretati) progressisti non disdegna la frequentazione dei cardinali; vorrebbe incontrare il papa che stima per la sua opera per la pace nel mondo (ovvero per non allineamento del pontefice alla politica USA), e confessa di “provare – ignazianamente – gusto” nell’assistere alle cerimonie religiose.
Ciò non vuol dire che si sia convertito o mediti l’approdo al “dogma della santa Fede”, ma che con la maturità – non solo dell’età –, con l’affievolirsi delle strumentali contrapposizioni ideologiche, si possa raggiungere la libertà di dare nome a quel desiderio d’infinito e d’eternità che geme silenzioso in fondo al cuore di ogn’uno. Quel sentimento “religioso” connaturato all’essere umano, desiderio di una felicità e di una pienezza al di là del contingente.
Il comunismo voleva in fondo estirpare “scientificamente” la causa dell’ingiustizia, del male, immanentemente individuato nei rapporti di forza economici.
Giustamente spesso si sente dire che il comunismo era una Chiesa non meno dogmatica dell’altra, che richiedeva non meno devozione e ascesi ai suoi fedeli, e che ugualmente prometteva una vita “liberata” dal male (economico) e dalle sue manifestazioni (sovrastrutture!). Inteso in quest’ottica, ben dice Bertinotti che il suo interesse per la dimensione spirituale non è in contrasto con i suoi progetti politici: “Si tratta sempre dell’idea di liberazione”afferma Fausto l’illuminato.
Ma la sua posizione non è considerata “innocente” da coloro che nel suo partito sono cultori dell’ortodossia marxista: il loro partito è pur sempre quello della rifondazione comunista, no?

Ammettere l’esigenza, di una dimensione spirituale, ed ancor più cercare le risposte ignorando il catechismo marxista-leninista, vuol dire relativizzare il comunismo alla “sola” sfera politica-economica, ammettendo che quindi non è l’unica. Bertinotti abbatte involontariamente il tendone del “gran circo Marx-Engels” ammettendo che esistono nell’essere umano modalità d’essere che non trovano appagamento all’ombra della tesi marxista.
Io mi trovo costretto a dar ragione ai leninisti ed ai trotzkisti duri e puri: essi capiscono perfettamente che questo “slittamento metafisico” di Bertinotti implicitamente si pone contro l’impostazione metafisica ( Materialismo storico) di chi definisce il comunismo la vera e “scientifica” soluzione ai problemi dell’umanità.
Spero lo capisca anche Bertinotti che immaginarsi un Marx pacifista che sventola la bandiera arcobaleno indossando il saio francescano ad una manifestazione antiglobalizzazione, è ridicolo. Ridicolo in primis perché Marx sarebbe stato entusiasta della globalizzazione in quanto è la cosa più simile a ciò che venne “profetizzato” nel Manifesto del partito comunista del 1848

Se io fossi il capo di un partito che volesse “rifondare” il comunismo vedrei nell’attuale concentrazione del potere economico in poche mani le basi per una futura rivoluzione del proletariato, che meglio potrebbe riuscire di quella ‘d’Ottobre’. Ma non sarebbe possibile fondare un regime marxista che abolisca la proprietà privata e al contempo lasci libertà di coscienza nelle cose spirituali e del culto? Per i compagni di Bertinotti no: e se lo dicono loro, n’avranno ben d’onde!

Quelli che Karl Marx definisce “economisti classici” - Adam Smith e David Ricardo da cui ricavò le sue previsioni sulla futura rivolta del proletariato -, nell’Inghilterra capitalista del Settecento non hanno alcuna remora a dichiarare che nel processo produttivo borghese il re, la nobiltà e il clero sono solo dei parassiti: non solo sono inutili, poiché improduttivi, ma dannosi perché consumano il capitale che razionalmente sarebbe potuto essere meglio impiegato per ricavarne profitti. Nonostante la palese veridicità di tali affermazioni, lo Stato britannico ritenne che avrebbe potuto prosperare ugualmente pagando le spese del monarca, facendo salvi i privilegi dell’aristocrazia e sovvenzionando la Chiesa Anglicana. Il comunismo invece per “prosperare” deve preventivamente azzerare ogni differenza in nome di un progetto totalizzante in cui non c’è posto per Dio, perché Dio sarebbe la proiezione di quella infelicità umana che il comunismo eliminerà. La fede in Dio è quindi un ostacolo; l’ateismo non è una posizione di coscienza personale ma principio e fondamento necessario del socialismo scientifico. I testi lo dicono, la storia ce lo insegna.
Avendo chiaro questo, se, alla vigilia della rivoluzione bolscevica, “la bella Signora” era preoccupata degli errori che la Russia avrebbe diffuso nel mondo, la ragione era proprio dovuta a quell’odio inculcato verso un Dio nemico del “popolo”,nemico del bene dell’umanità.
A causa di questo veleno culturale – prima che politico – la Madre di Dio chiese la consacrazione della Russia e del mondo al suo 'cuore immacolato', ovvero ad un cuore che ha piena fiducia nell’amore che Dio ha per l’uomo.

Il trionfo quel cuore di Maria sul boscevismo.


Dopo il solenne atto di affidamento a Maria compiuto dal papa,il 25 marzo 1984 ai piedi dell’immagine della Madonna di Fatima – incoronata ai tempi di Pio XII col significativo titolo di Regina Mundi -, ecco che il 13 maggio successivo, meno di 2 mesi dopo, salta in aria l’arsenale militare di Severomorsk senza il quale è impossibile attuare uno scontro militare con gli Usa, seguì la scelta di Gorbaciov come ultimo estremo e fallito tentativo riformatore, fallitimento firmato l’8 dicembre 1991 – Immacolata Concezione – e conclusosi con l’ammaino della bandiera rossa il successivo 25 dicembre.
Se questo è un messaggio dell'antiumanità cui ha portato l'idolatria della liberazione marxista, beh, questo messaggio è limpido, nonostante ci siano quelli che non vogliono capire o non possono.

lunedì, febbraio 28, 2005

figli di un "Gius" minore


OVVERO: la genesi della Comunità di Sant’Egidio.
IN PRINCIPIO FU CL

[…] il profilo cattolico della comunità di Sant'Egidio resta sfuggente. I suoi percorsi tortuosi. La sua data di nascita ufficiale è il 7 febbraio 1968. Ma a quella data non succede proprio niente di nuovo.
I futuri membri di Sant'Egidio fanno semplicemente parte di un raggio, di una cellula di Gs nel liceo Virgilio di Roma.
Gs è la sigla di Gioventù Studentesca, l'organizzazione fondata da don Luigi Giussani che più tardi, passata la bufera del Sessantotto, prenderà il nome di Comunione e Liberazione. Riccardi vi si era avvicinato negli anni di ginnasio, a Rimini. Dopo di che, tornato a Roma, aveva legato con i ´giessini´ del Virgilio, del Dante, del Mamiani. Tra quei compagni di liceo c'è già il nocciolo duro di Sant'Egidio d'oggi. Ma con loro ci sono anche Rocco Buttiglione e la sua futura moglie Maria Pia Corbò, che rimarranno con don Giussani. Se il gruppone si disfà, tre, quattro anni dopo, è perché se ne va via il prete che l'aveva tenuto assieme, Luigi Iannaccone.
È solo a quel punto, inizio 1972, che Riccardi e i suoi si mettono in proprio. Con astio nei confronti dei fratelli separati di Cl, che infatti spariranno per sempre, anche in memoria, dalle storie autorizzate di Sant'Egidio.[…]

24/02/2005 Per la morte di don Giussani
La Comunità di Sant'Egidio si unisce con amicizia ai tanti figli spirituali e a quanti sono addolorati dalla scomparsa di don Luigi Giussani, un uomo e un cristiano vero del Novecento, che si è speso senza riserve per comunicare lo stupore e la novità dell'incontro con Gesù, che ha indicato a tanti la via di cristianesimo vivo e tutto da vivere. Il prof. Andrea Riccardi e mons. Ambrogio Spreafico parteciperanno oggi ai funerali a Milano.


venerdì, febbraio 25, 2005

Ratione Peccati II

Don Giussani […] Allora io proporrei di sospendere il tema che ho dato stamattina e domandarci a bruciapelo: che cos’è per noi il cristianesimo.
[…] Proviamo anche a domandarci quando mai ci siamo posti questa domanda, non come spontaneamente frullata in testa, ma con una volontà sistematica: “sistematica” non nel senso scolastico del termine, ma nel senso vitale del termine, perché la vita è un organismo, è un sistema.
Se lo sentite come un cambiamento un po’ presuntuoso e pesante, ritorniamo al tema di prima. Ma io propongo questo cambiamento perché non mi sembra proprio un cambiamento. Casomai ci aiuterà a saltare dei passaggi inutili, perché a noi non interessa il movimento, per noi, è questa risposta alla vita. …
Forza, entriamo in medias res. Cos’è per noi il cristianesimo?

Intervento Sono stato richiamato a concepire questo luogo come il luogo della presenza del Signore, e quindi della mia verità, e non come luogo di gente che si ritrova perché la pensano tutti alla stessa maniera su un determinato punto. Ho capito che qui dentro, con questi volti, con queste persone, si gioca la mia salvezza.

Don Giussani E allora? Il tuo intervento – si vede che sono un po ottuso – che connessione immediata ha con la domanda che ci siamo posti?

Intervento
La connessione immediata è che è qui dentro…

Don Giussani Ma che cosa è il cristianesimo?

Intervento È la verità della mia vita.

Don Giussani
Tu hai usato anche un’altra parola: la parola “salvezza”.
Soltanto, ragazzi, che dobbiamo sfondare queste parole! Non si capisce una parola, se non in quanto se ne percepisce lo “spessore” – come dite voi -, lo spessore esistenziale. Una parola è come un indice: è un segno, segno di una realtà; un segno, proprio come c’è una freccia… Allora, non si capisce una parola, se non si percepisce la realtà che essa indica.
Per questo la domanda: “Che cos’è il cristianesimo?” è – a mio avviso – la domanda più urgente per noi che diciamo di esserci impegnati con esso. Ma lo è per tutto il mondo se – anche solo come ipotesi – il cristianesimo è inteso come la proposta della storia per una autenticità maggiore del cammino umano e per una sicurezza nei confronti del destino.

Allora della parola “salvezza”, come anche della parola “verità”, bisogna che si rompa l’involucro formale, perché qualsiasi cosa che l’uomo usi tende al formalismo. Qualsiasi rivoluzione e qualsiasi riforma – qualsiasi! – cadono immediatamente nel formalismo, nella standardizzazione, nello schematismo. C’è un peso d’inerzia dentro l’impeto umano per cui la ricchezza di tale impeto viene indirizzata verso la morte, subito! È il peccato originale, si dice.
Il peccato originale è la parola che sembra la più evacuabile dal nostro linguaggio – e, infatti, tanta teologia del postConcilio l’ha evacuata completamente -, perché non sembra, appunto, connettersi con nulla, sembra non coincidere con niente dell’esperienza, non avere aggancio a nessun fatto della vita; così tutto quanto il pensiero moderno la considera astratta e cerca di identificarla tutt’al più con un gap, con la distanza tra quello che l’uomo è e quello che deve essere. Perciò la parola “peccato originale” indicherebbe lo stadio inferiore di una evoluzione: il peccato originale sarebbe l’evoluzione che non è ancora avanti come dovrebbe. Mi spiego?
Invece no! Il peccato originale è un’idea essenziale dell’antropologia cristiana, e indica questo: qualunque sforzo, qualunque iniziativa che l’uomo prenda (intellettuale o pratica, di dottrina o affettiva), esistenzialmente scivola, tende a scivolare verso la morte, verso il formalismo, verso la sclerotizzazione totale.



Forse qualcuno ricorda il paragone che facevo a scuola, quello del filo: se io cammino su un filo a terra, ce la faccio bene. Ma prendete lo stesso filo e tiratelo su di cento metri: non ce la faccio più. Quindi, la capacità teorica, strutturale, di fare così, io ce l’ho, ma se la condizione esistenziale muta, non sono più capace di farlo: se voi me lo tirate su di cento metri, ci vuole un equilibrista.
È un paragone. La dottrina cattolica, del peccato originale dice questo: che l’uomo strutturalmente dovrebbe essere capace di fare certe cose, ma esistenzialmente si trova in una condizione tale – la sua situazione esistenziale - che è incapace di perseguire gli ideali che gli nascono dentro, e l’impeto ideale si corrompe in un rotolare verso la morte, subito!

È impressionante quanto questa idea cristiana, se la si fa agire nella propria esistenza, si riveli comprensiva dell’esistenza stessa.

Se uno non ha ancora sorpreso in se stesso questa corruzione dei suoi ideali più nobili come impeto originale (l’affezione alla donna, l’attenzione all’altro, la compassione per l’altro, la passione per la verità, il fascino che attira l’uomo verso la realtà e il cui volto immediato è la curiosità, il fascino travolgente della curiosità), se uno non ha ancora scoperto in se stesso la corruzione immediata che questi impeti nobili immediatamente assumono (è come se non stessero a galla, come se non riuscissero a stare all’altezza a cui l’impeto ci manda), non è ancora un uomo; è ancora un bambino.

[…]e quanto più uno pretende di crearsi da sé un sistema per correggere tale destinazione amara di quello che di più buono sente nascere in sé, tanto più genera una situazione illusa, che aggrava – alla fine – i termini della questione.
La presunzione dell’uomo di salvarsi da sé è all’origine di tutti i dispotismi, di tutti i terrorismi, di tutte le intolleranze, dalla società alla vita familiare, dalla vita consociata ai rapporti di amicizia.

Al cristiano a cui è stato portato l’annuncio della salvezza, viene tolta la disperazione e rimane questa tristezza illuminata e piena di speranza.


(Tracce Febbraio 2005)

venerdì, febbraio 18, 2005

“ e chinato il capo, spirò”

14 APRILE Lunedì di Pasqua.

La vigilia o l’antivigilia della sua morte, mi sembra fosse il lunedì di Pasqua, le dissi:
<< E allora, suor Marie-Bernard, siete un po’ risuscitata? >>
<< Oh, no, niente.Non conosco alcun sollievo. Il cappellano mi ha detto che il Signore vuolo farmi avere dei meriti fino alla morte. Mi devo rassegnare >>.
(suor Cecilie Pagès)

15 APRILE

Suor Marie-Bernard ebbe, come Gesù la vigilia della sua morte, un’agonia spirituale. Nella notte del lunedì si udiva ripetere più volte le parole:
<< Vattene Satana! >>
Martedì mattina mi disse che il demonio aveva cercato di spaventarla, ma che aveva invocato il santo nome di Gesù è tutto era scomparso.

Il martedì di Pasqua, dopo aver trascorso una notte molto agitata, fece ancora la santa comunione, ma nel corso della mattinata ebbe una crisi di oppressione molto forte. Mi fece chiamare e volle ricevere il sacramento della penitenza.
Poi le applicai l’indulgenza plenaria in articolus mortis.
(abate Fevre)

16 APRILE

La sua morte fu la morte di una santa, la sua pazienza nelle ultime sofferenze fu ammirevole, era felice di lasciare questa vita. Diceva:
<< Sono felice di rivedere la mia mamma del cielo >>.
(suor Gonzague Champy)

Verso le ore 13,30 e le 14
Qualche ora prima di esalare l’ultimo respiro, avendo udito una consorella dirle: << Sorella cara, in questo momento siete sulla croce! >>, ella stese le braccia in croce e un momento dopo esclamò.
<< Gesù mio,oh! Quanto lo amo! >>

Verso le ore 14,15
Un’ora prima della morte…
Bernadette chiese il foglio su cui era la benedizione speciale che papa Pio IX le accordava per l’ora della morte. Le risposero che bastava dirigere l’intenzione, pronunciando con fervore il nome di Gesù. Lo fece.

Verso le ore 14,30
In questo momento cercò di sollevarsi un poco, appoggiando la mano destra sul bracciolo della poltrona, alzò gli occhi al cielo e portò la sinistra alla fronte; i suoi occhi avevano un’espressione che colpiva, e rimasero alcuni istanti come fissi su un punto: i lineamenti esprimevano calma serenità e al tempo stesso una gravità melanconica. Allora, con un tono di voce indefinibile, che rivelava più la sorpresa che il dolore, uscì in questa triplice esclamazione:
<< Oh!, Oh!, Oh! >>
E tutto il corpo era scosso da un fremito.

Lasciò cadere lentamente la mano tremante sul cuore; abbasso gli occhi con voce ben chiara pronunciò affettuosamente queste parole:
<< Mio Dio, vi amo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze >>.
(abate Febbre)



Verso le tre del pomeriggio, la malata sembrava in preda alle torture di una sofferenza interiore inesprimibile.
Le sorelle infermiere, allarmate, si affrettano a prendere dell’acqua benedetta, ne aspergono più volte sulla morente e le suggeriscono pie invocazioni. La malata afferra il suo crocifisso, lo contempla un istante con amore, poi bacia lentamente, una a una,le ferite del Cristo.

Nello stesso momento suor X entra in infermeria e si avvicina alla morente che sembrava assorta nella contemplazione del suo crocifisso. A un tratto alza la testa, tende le braccia verso suor X, e fissando su di lei uno sguardo indefinibile, le dice:
<< Mia cara Sorella, perdonatemi… pregate per me… pregate per me >>.
Suor X e le due infermiere cadono in ginocchio per pregare. L’ammalata si unisce alle loro invocazioni che ripete a bassa voce.
Poi si raccoglie qualche istante, con la testa inclinata dalla parte della suora infermiera alla sua sinistra, e con un’espressione di dolore e di supremo abbandono alza gli occhi al cielo, stende le braccia in croce e getta un forte grido:
<< Dio mio! >>

Un fremito involontario,misto di rispetto e di paura si impadronisce delle tre religiose inginocchiate. Una di loro sosteneva le braccia della morente che le teneva ancora stese.
Infine, le lascia ricadere e si unisce nuovamente alle preghiere delle consorelle.

A queste parole dell’Ave Maria: “ Santa Maria, Madre di Dio” la morentesi rianima e con un accento tutto penetrato, che rivelava in questo momento supremo la sua profonda umiltà e la sua filiale fiducia nella Vergine Immacolata, ripete per due volte:
<< Santa Maria, madre di Dio, pregate per me, povera peccatrice >>.

La morte si avvicina.

Una lotta tremenda sembrava scatenarsi ancora in questa anima innocente e privilegiata, a cui senza dubbio Dio voleva donare qualche nuovo tratto di somiglianza con il nostro divino Salvatore mentre spirava sulla croce.

Qualche istante dopo la malata, con un gesto espressivo, chiede da bere; fa un grande segno di croce, afferra il recipiente con la bevanda fortificante che le è offerta, ne assume a due riprese qualche goccia e, reclinando la testa, rende dolcemente la sua anima verginale al Creatore, mentre le sue compagne ripetevano questa invocazione: << Gesù, Maria, Giuseppe, abbiate pietà di lei, proteggetela >>. Esse avevano esaudito , senza saperlo, un desiderio di suor Marie-Bernard, che aveva chiesto la grazia di morire ripetendo i dolci nomi di Gesù, Maria e Giuseppe.
(suor Nathalie Portat)

Bernadette Soubirous muore alle tre e un quarto del pomeriggio il mercoledì di Pasqua, 16 aprile 1879.

“Mio Dio…”
“Ho sete…”
“Erano le tre del pomeriggio”


“ e chinato il capo spirò”

giovedì, febbraio 17, 2005

Parigi val bene una messa melchita!



Se devo essere sincero, le CITY BOOK che il Corriere della Sera allega settimanalmente mi hanno lasciato perplesso. Una brutta copia delle guide illustrate Mondadori, le cui uniche qualità sono gli stradari e le visioni dall’alto di piazze monumentali e sezioni di cattedrali trafitte da freccette che indicano dov’è posizionato il tal monumento, senza spiegarti più di tanto di che si tratta, cosa rappresenti, chi sono gli artisti che vi hanno lavorato: il tipico strumento utile per orientarsi ai giapponesi e a chi ne vuol emulare gli eroici furori turistici. Ovvero per tutti coloro che; dopo aver speso i propri soldi per recarsi in una grande capitale culturale; trovano grande godimento nel controllare che la tal statua o la pala d’altare si trovi nel posto indicato, dopodiché, con la coscienza di aver arricchito il proprio bagaglio culturale, non curandosi di tutte le altre opere d’arte (perché non potrò mai credere che dentro Notre Dame a Parigi ci siano solo 10 cose da vedere!), si corre alla prossima meta turistica imperdibile: chiesa medievale o pasticceria, fa lo stesso.

La mia pluriennale esperienza romana è costellata di tristi immagini di turisti che entrati un po’ guardinghi nelle grandi e decoratissime chiese barocche del centro - e senza dover sborsare un soldo! - si fermano in fondo, dando un ampio sguardo d’insieme ed uscendo furtivamente.
La mia teoria era che, probabilmente, quelli erano di cultura protestante ed avendo il timore che dal fare o dal non fare qualcosa, un inquisitore appostato dietro una colonna, scoprisse che i nuovi arrivati non erano cattolici ma eretici, li scacciasse minacciando di consegnarli al braccio secolare. Ma dopo aver sbirciata la city book di Praga e Parigi credo di capire meglio il comportamento di tanti turisti “ignoranti” quali bellezze artistiche si nascondano dietro un laconico “decorazione barocca".

Una chicca eloquente di sciatteria turistica la trovo nella city book di Parigi:
St Julien le Pauvre

“Almeno tre santi possono essere considerati patroni di questa chiesa, ma il più probabile è San Giuliano Ospitaliere. La chiesa, insieme a quella di St-Germen-des-Pres, è una delle più antiche di Parigi e venne costruita tra il 1165 e il 1220. Le riunioni ufficiali dell’università si svolsero fino al 1524, allorché una protesta studentesca provocò tali danni che il parlamento le proibì.
Dal 1889 vi si ufficiano sevizi religiosi in rito cattolico melchita, una setta greco-ortodossa.
Oggi la chiesa ospita concerti di musica da camera e sacra.”

Precisando che per individuare a che santo è dedicata una chiesa, quando - ahinoi! - sul calendario ci sono più santi omonimi, si può indubbiamente ricorrere a degli strumenti più scientifici di “ambarabàciccìcoccò”; trovo vergognoso che il clero melchita del patriarcato greco-cattolico d’Antiochia, sia definito una setta!
E non credo che si tratti di un problema di semplificazione o di traduzione letterale perché dai miei seppur scarsi contatti con dei francofoni, è emerso chiaramente che nella lingua di Voltaire l’accostamento setta- religione non suona affatto neutro.

lunedì, febbraio 14, 2005

Portate in cielo tutte le anime...

...e specialmente le più bisognose della Vostra Misericordia.

Termina cosi la giagulatoria che a Fatima la "bella Signora" chiese di recitare, ai tre pastorelli, alla fine di ogni decina del rosario.
Suor Lucia del Cuore Immacolato mentre, pur da tempo debilitata, si preparava con le consorelle ad iniziare gli esercizi spirituali con la "visione" di the Passion, è morta.


Quando la Signora annunciò ai suoi cuginetti Francisco e Jacinta che presto sarebbero volati in cielo, la piccola Lucia si rattristò un poco perché,come disse l’Apparizione, sarebbe dovuta vivere un altro pò, allo scopo di diffondere la devozione al Cuore Immacolato di Maria: mi ha procurato sempre grande costernazione quanto nella realtà terrena fosse dilatato quel “ancora un poco” detto dalla Madonna.
E dopo quasi 80 anni di vita passata in convento, dopo 88 anni dalle apparizioni della bianca signora che si manifestava ad ogni giorno 13 del mese,dal Maggio all'Ottobre 1917,ecco che quel "poco" si è compiuto:il 13 del mese di febbraio 2005.
Questo è il sigillo!
La firma che Dio ha voluto porre ad una vicenda che dal 13 maggio '17 passa per il 13 maggio '81?

"Allora Giacobbe si svegliò dal sogno e disse: << È certo che il Signore è in questo luogo ed io non lo sapevo. >> Ebbe timore e disse: << Quanto è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo.>> (Gn28,16-17)"

Signore: vedi come è freddo questo mio cuore? Il pensiero della firma che hai apposto sull'ultimo respiro della pastorella della Cova d'Iria, dovrebbe con "timore e tremore" darmi maggior consapevolezza della tua presenza nella vita di ogni tuo figlio! Ma il mio cuore distratto, tu vedi come fugge davanti agli amorosi segni della tua provvidenza!

Penso alla vecchia suor Lucia e ripenso a mia nonna, con tra le mani un rosario dai grani neri, che ripeteva con un tono di voce che esprimeva il sentimento di grande familiarità verso il Redentore: Gesù mio, perdona le noste colpe! Preservaci dal fuoco dell'inferno! Portate in cielo tutte le anime...specialmente le più bisognose della Vostra Misericordia.

sabato, febbraio 12, 2005

Tristitia Christi


Dice il Saggio:
"Lo tsunami non è un castigo di Dio e il card(n)in(v)al Lehmann non è un pagliaccio."

giovedì, febbraio 10, 2005

Simpatico umorista/5

- Scusate! - io e Virginia de Leiva ci mettiamo sull’attenti, e sorridiamo deferenti – Scusate… L’ultima informazione, poi non vi disturbo più.
- Non si preoccupi: è il nostro servizio. Prego, mi dica.
- Quell’affresco…Vede tutti quei punti rossi?
- Vuol dire le piaghe?- pausa - Quelle sono le ferite della flagellazione.
- Ah sii?- pausa ed imbarazzo - Non mi era mai capitato di vedere un’immagine simile… Io avevo pensato che potessero avere un qualche significato simbolico…
- Assolutamente no! Quelle sono le pi-a-ghe della flagellazione.
E mentre cerco di scandire le parole, con la mano destra mimo di colpirmi ripetutamente le spalle con una frusta.
Il mio interlocutore sembra sul punto di convincersi che anche nei secoli passati si avevano notizie della passione di Cristo.
- Mel Gibson non ha inventato nulla.
Aggiungo per mettere una pietra tombale su ulteriori domande del gentile interlocutore: e ci riesco.
Scuotendo desolata il capo, interviene Virginia, che cercando lo sguardo del visitatore curioso, tenta di tranquillizzarlo sul mio conto:
<< È che cerca di essere spiritoso ma non ci riesce!>>.

mercoledì, febbraio 09, 2005

<< Orandum est, flectuis genuis, ut non sit Conclave nefastus Ecclesiae Universae. >>


Tre giorni dopo il ricovero del papa al policlinico Gemelli, le ferme rassicurazioni sul miglioramento delle condizioni di salute di Giovanni Paolo II, hanno indotto i corrispondenti di France 2 ad intervistare un prete polacco che - a pochi metri da piazza San Pietro - cura la promozione in Italia del cracoviano culto alla Divina Misericordia, chiedendogli se – lui e chi per lui: i preti? I polacchi? Bo? - credeva veramente che il papa se la sarebbe cavata come rassicuravano laconicamente i bollettini della sala stampa vaticana.
Il monsignore ha risposto, senza indugio, che sicuramente il Santo Padre sarebbe guarito e sarebbe tornato in Vaticano, perché ci sono tanti fedeli che hanno una infinita fiducia nella Misericordia di Dio, e con questi sentimenti si sono rivolti al Signore chiedendogli questa grazia. Gesù Misericordioso non può non ascoltare chi lo invoca sicuro del potere della Sua Misericordia Divina;
commentava con bonario cipiglio il propagatore della devozione più cara al cuore del papa polacco.
Sicuramente i giornalisti avranno sghignazzato sotto i baffi, compiaciuti nell’aver registrato un capo d’opera d’integralismo cattolico.

Il papa ricoverato concelebra tutti i giorni la messa del suo segretario, e prega.
Probabilmente prega per poter sopportare questa croce, e prega affinché i cattolici riescano a capire il motivo per cui lui non pensa sia giunto il tempo delle possibili dimissioni.
Scrive Giovanni XXIII nel Giornale dell’anima: << … la coscienza del Papa che si sente investito della presenza, della grazia, della luce di Cristo ed a lui si affida in tutto, pensieri ed operazioni, nelle molteplici espressioni della sua attività apostolica. Basta la cura del presente (…) Il Vicario di Cristo sa che cosa il Cristo vuole da lui (…). Regola fondamentale della condotta del Papa è questa di accontentarsi sempre del suo stato presente, e di non imbarazzarsi del futuro, aspettandolo invece dal Signore, senza farci sopra conti o provvedimenti umani, e guardandosi persino dal parlarne con sicurezza e con facilità con chicchessia. >>

Il papa prega affinché sia compresa la sua profonda convinzione che la Chiesa non si governa con criteri umani, e che se si acclama il Vicario di Cristo nell’andare per il mondo predicatore girovago come il Nazareno, non ci si può dimenticare che colui di cui Giovanni Paolo II si considera rappresentante finì il suo peregrinare inchiodato, impossibilitato a parlare, immobilizzato dalla sofferenza: solo nell’immobilità della croce diede un valore immortale alla propria parola.

Il papa prega affinché gli stessi Eminentissimi non si scandalizzino nel vederlo immobilizzato sul Calvario della sua vecchiaia.
Prega affinché nel nostro guardare all’estrema fragilità fisica del “dolce Cristo in terra”, ci venga concesso dalla Misericordia di Dio di scorgere l’intangibile pulchitudine di un’anima che si è ormai abbandonata fiduciosamente alla volontà di un Dio che chiede la crocifissione di colui che 25 anni fa chiamavamo con compiacimento “l’atleta di Dio”.

Giovanni Paolo II è chiamato giorno per giorno ad accettare questa “estrema Sapienza” che Maria Vergine, pur essendo vissuta costantemente unita alla volontà divina, dovette comunque imparare sul Golgota: accettare la croce di Cristo.


C’è il dito di Dio nel faticoso tramonto di Giovanni PaoloII?
C’è forse una misteriosa misericordia in questa mesta transizione di un pontificato?
C’è forse un progetto di purificazione delle coscienze distratte dalla basilare dimensione ultraterrena che a parole il credente professa?

Dopo il Giubileo, mancandogli sempre più le forze, Giovanni Paolo II ha concentrato la sua azione pontificia nel richiamo alla presa di coscienza del primato della vita interiore, della realtà soprannaturale, e quindi il richiamo al cristiano della necessità di vivere nella dimensione della preghiera. Lo sforzo di creare un clima generalizzato di preghiera lo ha spinto a formulare 5 nuovi misteri del Rosario e ad indire un anno del Rosario al fine di implorare da Dio, per intercessione di Maria, il dono della pace. Dopo aver scritto una enciclica sull’importanza del culto eucaristico - quindi nella fede della reale presenza di Cristo nell’ostia consacrata - di fronte alla superficiale e distratta reazione, in primis del clero, ha pubblicato un ulteriore documento sull’Eucaristia, indicendo un “anno eucaristico”. Il fatto che l’anno del Rosario abbia coinciso col suo venticinquesimo di pontificato, e che allo stesso modo l’anno dell’Eucaristia è iniziato anch’esso ad ottobre, nell’anniversario della sua elezione e di conseguenza si concluderà anche nell’ottobre 2005, denota la volontà del pontefice di sacralizzare il tempo, di vivere liturgicamente il resto della sua vita, come se questa sua estrema vecchiaia sia da lui vissuta come una di quelle famose, lunghe, e sofferte messe che padre Pio da Pietralcina celebrava con la certa consapevolezza della dimensione soprannaturale di ogni gesto e di ogni parola prescritti dal sacro rito.

In grandi settori della cattolicità c’è, seppur sommersa, il desiderio di chiudere al più presto la pagina Wojtila, anelando ad un papa “giovane” che possa vigorosamente governare la Chiesa: forse che l’estrema vecchiaia di Giovanni Paolo II debba essere una spada che, si, trafigge lui, ma“affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”? (Lc:2,35)

Passando sopra al fatto che, disquisire sulla necessità di un papa vigoroso, è un argomentare poco cristiano, un simile ragionamento è umanamente molto ingenuo: l’empatia e la sensibilità umana, la fine intelligenza, e la santità personale, non sono di tutti i papi.

Questo tempo dovrebbe servire alla Chiesa intera, che con somma pena contempla il suo fragile pastore, e agli eminentissimi Padri in particolare, ad interrogarsi su quali debbano essere le peculiarità che rendono degno un successore di Pietro, oltre alla capacità di parlare dieci lingue visto che alla fine questa capacità, quasi prodigiosa, può estinguessi miseramente.

Come scriveva il cardinal Roncalli nel suo diario intimo, dopo aver assistito alla sepoltura, in triplice cassa, delle spoglie di Pio XII:

“Bisogna pregare a ginocchia piegate affinché il conclave non sia nefasto alla Chiesa universale.”

Giovanni Paolo II, penso che abbia già cominciato ad invocare la Misericordia di Dio su quella gran porzione della Chiesa che di tutto il peso del suo cuore non si avvede:
<< Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? >> (Mt:26,40)

sabato, febbraio 05, 2005

Lascia ch'io pianga...ancora



Preghierina:
Signore,
s’ignora la tua imperscrutabile volontà!
Ma credo che i commentatori di Shangri-Là ignorino pure che è di cattivo gusto il commentare un POST commemorante un lutto.

Grazie perché mi dai lume di scrivere cose incommentabili!
E così sia.

mercoledì, febbraio 02, 2005

martedì, febbraio 01, 2005

Simpatico umorista/4



Stavo ad una simpatica cena tra pochi intimi (non sono un prodotto per le masse!) e rispondendo ad una mia battuta, insinuante una possibile venalità del mio interlocutore, lui sorridendo ribatte:
- Ah! Non parlare di soldi con me! Ah!Ah! Tu solleciti le mie origini livornesi!
- Ah si? Livornese come Aldo Montano?
Rispondo io, ammiccante al gossip.

Il mio scelto uditorio si fa presto serio e corrucciato.
Si guardano in faccia cercando soccorso nello sguardo altrui, finalmente il mio interlocutore ,prende il coraggio a due mani e, facendosi voce del turbamento generale, chiede:
-Montano chi?. [Ops!]
-Nessuno…nessuno…Vabbe, veniamo ad argomenti più importanti. Dunque…
Che bello! Penso tra me e me: frequento proprio delle personcine cosi …
“a modo”…