giovedì, giugno 14, 2007

Historia Ecclesiastica Anglorum, VI



Il criptocattolicesimo di Tony Blair.
Storia, indizi e tempistica di una conversione annunciata.
Ovvero: come sul Foglio di mercoledì 14 giugno Richard Newbury spiega il perchè mai a Londra molti danno il Primo Ministro uscente Tony Blair per convertito al cattolicesimo:

«In Francia c’è una sola religione e cento salse; in Inghilterra una sola salsa e cento religioni” scrisse Voltaire dal suo esilio londinese.
L’Inghilterra ha un libero mercato delle confessioni cristiane: il cattolicesimo irlandese vi è penetrato con l’immigrazione di operai, minatori e scioperanti circa 150 anni fa, esattamente come fecero gli ebrei dell’Europa orientale cinquant’anni dopo e i musulmani, gli indù e i sikh hanno iniziato a fare a partire dagli anni Sessanta del Novecento.
Tra tutti questi, i cattolici irlandesi sono coloro che hanno impiegato più tempo a diventare membri del mondo professionale, della politica e dell’establishment. Al funerale della Regina Madre, cui parteciparono tutte le confessioni, per la prima volta dal funerale di Maria “la sanguinaria” (1558) prese parte anche un sacerdote cattolico: il cardinale d’origine irlandese Cormac Murphy O’Connor.
Per di più, la bara della Regina Madre fu trasportata dalle guardie (irlandesi repubblicane) del reggimento di cui ella stessa era comandante in capo: le Guardie Irlandesi, un reggimento cattolico reclutato nella Repubblica di Irlanda.

La chiesa scozzese è presbiteriana, ma anche qui vi è una minoranza cattolica (venti per cento), anch’essa in gran parte frutto dell’immigrazione irlandese nel XIX secolo: ecco perché a Glasgow il Celtic è cattolico e i Glasgow Rangers sono protestanti.
In Galles, dove la chiesa anglicana non è chiesa di stato, la maggioranza è non conformista, vale a dire, battista, metodista e presbiteriana.
La conversione al cattolicesimo, quindi, non doveva più sembrare un’opportunità per quei Feniani irlandesi che negli anni Ottanta del XIX secolo spararono alla regina Vittoria, misero una bomba nella nuova metropolitana e fecero saltare in aria uffici postali.

E non è certo la stessa cosa che ammettere, come un “left-footer”, un’imbarazzante preferenza sessuale. Comunque, non è al primo posto in una lista di mosse giuste per fare carriera nel Regno Unito.

Il ruolo di Cherie

Anthony Howard, commentatore politico e biografo del cardinale Basil Hume, ritiene che Tony Blair, “una volta dimessosi da primo ministro entrerà ufficialmente nella chiesa cattolica”. E’ stata Cherie Blair a portare il marito nel Partito laburista. Ora, a quanto sembra, è ancora lei a portarlo dentro la chiesa cattolica romana, per quanto il suo cattolicesimo sembri una miscela tra un adottato nazionalismo irlandese, cristalli New Age e mantelline spagnole – come un iberico che indossasse il kilt.

Tony Blair non soltanto ha fatto una scelta cattolica per la propria moglie, ma anche la stessa politica del suo New Labour è stata decisamente “cattolica” nel senso di genericamente universale, ossia una chiesa vasta, la terza via e la concentrazione sui “valori” anziché sull’ideologia. E come il Partito laburista ha fatto fatica a digerire Tony, anche la sua nuova chiesa potrebbe ritenere minaccioso il suo cattolicesimo “inclusivo".

Quando Tony Blair ha iniziato a frequentare la messa cattolica insieme a sua moglie e ai suoi figli, e a ricevere la comunione, il compianto cardinale Basil Hume, arcivescovo di Westminster, gli ha detto che non gli era permesso di farlo. Blair ha risposto accettando il richiamo, ma domandando che cosa avrebbe pensato Nostro Signore o san Paolo di questo divieto.
Una risposta tipicamente protestante. Il concetto chiave della fede protestante è la responsabilità personale diretta nei confronti di Dio. Il concetto fondamentale di quella cattolica è l’obbedienza nei confronti del vicario di Cristo sulla terra.

Nel Consiglio delle chiese di Cambridge, dove vivo, sono rappresentate 22 diverse confessioni ma non i cattolici. Il motivo per cui i cattolici rifiutano di farne parte sta in ciò che fin dall’inizio ha diviso i protestanti dai cattolici: la messa.
Per i cattolici la messa è la ripetizione dei poteri redentori del Cristo sulla croce. Per i protestanti è un agape, una commemorazione del supremo sacrificio compiuto da Cristo per i nostri peccati.

L’uomo che è riuscito a convincere il protestante Paisley e il cattolico McGuinnes a formare un governo insieme in Irlanda del nord può riuscire anche nell’impresa di far quadrare il cerchio nel cuore stesso della Riforma? Oppure sta cercando di ripetere il suo più grande successo politico – la pace in Irlanda – riunificando la cristianità occidentale? O forse, più semplicemente, vuole soltanto andare in chiesa la domenica con sua moglie e i suoi figli, ed è pronto a entrare nel partito/chiesa che gli permette di realizzare questo desiderio?

In Gran Bretagna i partiti non hanno affiliazioni politiche; come disse Alistair Campbell allo stesso Tony Blair che voleva terminare un discorso con la frase “Dio vi benedica tutti”: “Noi non facciamo la parte di Dio!”.
Nelle ultime elezioni i tre candidati alla carica di primo ministro erano un anglicano, un ebreo e un cattolico. Ma la cosa strana era che erano tutti e tre praticanti – fatto piuttosto inconsueto nella storia della Gran Bretagna moderna.

Alla Durham Cathedral School, anglicana, o alla Fettes School (l’Eton scozzese), nella Edimburgo presbiteriana, Blair non mostrò mai alcun interesse per la politica o la religione.
Fu a Oxford, patria dell’anglo-cattolicesimo del XIX secolo o della cosiddetta High Church anglicana, che Blair cadde sotto l’influenza del reverendo Peter Thomson, il quale lo introdusse all’anglicanesimo e anche al socialismo cristiano del filosofo scozzese John MacMurray (autore di “Communitarianism”).
Per qualche tempo, lo studente di legge Blair rimase indeciso se fare il prete o il politico. Quando fece le cresima nella cappella del St. John College, il cristianesimo era per lui come “l’unione tra l’individuo e la comunità”, come la conferma del fatto che “non siamo abbandonati in un impotente isolamento, ma abbiamo un dovere nei confronti di noi stessi e degli altri”. “La santa cena conferma che non cresciamo in completa indipendenza, ma in modo interdipendente”.
L’inclusione di tutti (classi, religioni, generi sessuali) nella comunità, con responsabilità nei confronti degli altri, secondo il principio dei diritti individuali, è il centro vitale che ha spinto verso la politica Tony Blair, definito sarcasticamente come il Vicario di St. Albione.

E’ compito del Converter General della cattedrale cattolica di Westminster verificare queste utili generalizzazioni contro la dottrina cattolica se non si vuole che l’ammissione di Tony sia bocciata dal Catholic Club. Il frate francescano Michael Seed, noto come il prete delle celebrità (ma che sfrutta questi contatti anche per gestire un istituto di carità per i senzatetto, The Passage), ha un passato che piacerebbe a Blair. E’ nato a Manchester nel 1957, figlio di una povera ragazza madre. Ha preso il nome dai suoi genitori adottivi, ma la madre adottiva si è suicidata quando lui aveva appena otto anni. Dopo essere stato sballottato da una famiglia adottiva all’altra, è finito in una scuola per bambini disadattati.
Fu licenziato dal suo primo lavoro in una stazione di servizio autostradale per avere rotto troppe stoviglie, poi da un altro per avere messo a scaldare un bollitore elettrico su una cucina a gas. Il suo viaggio spirituale lo condusse all’Esercito della Salvezza, alla chiesa anglicana e ai battisti. Si accostò al cattolicesimo per la prima volta nel 1974 quando un barbone di un ostello nel quale lavorava gli diede un opuscolo sulle locali organizzazioni cattoliche. Entrò nei frati francescani nel 1979. Dopo un periodo di formazione negli Stati Uniti, nel 1986 divenne cappellano cattolico nell’ospedale di Westminster; poi, nel 1988, fu nominato consigliere ecumenico dell’arcivescovo Hume nella cattedrale di Westminster, proprio quando l’ammissione delle donne al sacerdozio da parte degli anglicani scatenò una corsa del clero anglicano (e spesso sposato) a Roma.

Se davvvero Blair chiederà di entrare nella chiesa cattolica molti si chiederanno il perché di questo “ritardo”. Un ritardo dovuto non soltanto al fatto di non voler mettere alla prova la posizione costituzionale determinata dalla condizione di essere il primo premier cattolico, il quale deve segnalare i candidati per l’episcopato anglicano alla Civil Service Appointments Commission.

La chiesa cattolica e lo stesso Blair ritengono che sarebbe stata un’inutile provocazione.
Ed è vero, se si tiene inoltre conto del fatto che il presbiteriano Gordon Brown ha già detto che vuole rinunciare al compito di raccomandare vescovi alla Regina, mentre il futuro Carlo III ha dichiarato che presterà giuramento a difesa non della chiesa d’Inghilterra ma di tutte le fedi.
Soprattutto, Blair non ha voluto mettere in pericolo la sua più grande eredità: l’accordo di pace in Irlanda del nord. Con una madre irlandese protestante e una moglie cattolica ha un piede su entrambe le sponde.

Ha passato ore a discutere sulla Bibbia con il reverendo Ian Paisley, e altrettante ore a parlare con McGuinnes e Adams per convincerli a fare il miracolo.
Cambiare cappotto improvvisamente avrebbe rischiato di far andare tutta quella faticosa costruzione di fiducia in fumo e sparatorie, anzi, in un terribile inferno.»

mercoledì, giugno 13, 2007

CASTRUM DOLORIS, X

Sive: "Pueri Hebraeorum, portantes ramos olivarum..."



"Padroni in casa altrui" tale è il grido di sdegno che prorompe dall'apocalittico Maurizio Blondet:

«E' successo anche ad un ragazzo ebreo polacco che, di sabato, voleva entrare come al solito nella sua sinagoga di Kazimierz.
Sulla porta, guardie israeliane in borghese ma armate lo hanno respinto senza una parola.
Lui ha chiesto spiegazioni; loro, in silenzio, l'hanno preso a calci.
Accompagnava il ragazzo un amico di famiglia, Mikhail Urbaniak, direttore del «Forum degli ebrei polacchi» e corrispondente dalla Polonia per la European Jewish Press: «Ho visto tutto, il mio amico è stato aggredito brutalmente dagli israeliani, senza alcun motivo. E i turisti israeliani si sono limitati ad assistere alla scena».
Così la notizia di come si comportano le scorte dei turisti della razza eletta è arrivata finalmente sui giornali polacchi.»

«Ilona Dworak-Cousin, che a Gerusalemme dirige l'Associazione di amicizia israelo-polacca, ha scoperto che prima di quei pellegrinaggi (gite scolastiche al costo di 1.400 dollari a persona) gli studenti israeliani vengono forniti di un opuscolo che li istruisce con frasi come: «Dovunque ci troveremo circondati da polacchi. Essi sono complici dell'olocausto».
E ancora: «I polacchi sono i peggiori antisemiti d'Europa».
Gli studenti inoltre girano il Paese, da lager a lager, ermeticamente chiusi nei loro pullman e protetti dalla loro guardie.
Il viaggio non contempla nessuna passeggiata a piedi fra la gente per lo shopping, nessun contatto coi polacchi.
«Essendo le visite così organizzate, gli studenti finiscono per vedere la Polonia solo come una immensa tomba di ebrei, e niente più. Chi organizza questi viaggi ritiene che il contatto con gli abitanti del luogo non abbia senso. Nelle visite ai campi, i ragazzi ascoltano orribili storie familiari sulla persecuzione subìta. Gli studenti vengono indotti a far confusione, a credere che i polacchi siano autori, o complici dello sterminio».
Gli studenti israeliani dunque viaggiano dentro il Muro che il loro regime ha costruito attorno a loro in Terra Santa, portandosi dietro la loro paranoia nazionale.
La Dworak (essa stessa ebrea) racconta che i ragazzi, spesso troppo giovani per visitare un campo di sterminio dopo l'altro, diventano «aggressivi e maleducati» con la popolazione che vedono per lo più da dietro i finestrini dei loro pullman.
E' una politica deliberata di «separazione».
I pullman israeliani che portano i visitatori eletti a vedere la sinagoga di Kazimierz sostano coi motori accesi, per essere sempre pronti alla fuga in caso di attacco.
E benchè la visita alla sinagoga duri una mezz'ora, restano lì a motore acceso per delle ore, perché gli studenti israeliani ricevono la colazione sul pullman, benchè ovviamente Cracovia sia piena di bar e ristoranti.
La giornalista Anna Szulc ha visto le guardie di sicurezza circondare la sinagoga durante le visite, e respingere i passanti, anche gli abitanti del luogo»

«E ben altro ha saputo la giornalista parlando col personale di volo della compagnia di bandiera LOT, che porta molti di questi studenti in visita guidata alla Shoah (30 mila all'anno) in volo da Israele alla Polonia.
Lasciano gli aerei come letamai.
Sono estremamente arroganti, pretenziosi e maleducati.
Una hostess della LOT è stata schiaffeggiata da una ragazzina israeliana perché le aveva fatto aspettare troppo la sua Coca Cola.
Trattano il personale come servi goym, come sono stati evidentemente educati a fare.
Leszek Chorzewski, il capo ufficio stampa della LOT, ammette che i giovani israeliani «sono clienti difficili, esigono molta più attenzione nel servizio, e anche più precauzioni di sicurezza».
A poco a poco, il portavoce ammette che gli agenti di sicurezza sionisti che accompagnano gli insopportabili studenti sono anche più arroganti, gridano secchi ordini, pretendono obbedienza immediata.
Si comportano da padroni.
Anna Szulc ha raccolto la testimonianza di Katarzyna Lazuga, di Poznan, che studia da guida turistica.
Recentemente, mentre seguiva con altre aspiranti un corso pratico in un locale dell'aeroporto e al di là dei vetri sfilava una folla di studenti israeliani appena atterrati, le guardie giudaiche hanno fatto irruzione nella stanza dove si trovava Katarzyna con le altre, e le hanno spinte fuori brutalmente, con ordini secchi e spintoni.
La loro colpa: stavano «fissando» gli studenti della razza eletta, secondo le guardie.
«Non fissateli! Non guardate!».
Negli hotel dove questi eletti alloggiano durante la gita olocaustica, avviene di peggio.
La catena alberghiera polacca System rifiuta ormai ufficialmente gli studenti israeliani.
«Non possiamo permetterci il costo dei danni che provocano i loro soggiorni».
Piccolo elenco dei danni prodotti dai super-uomini: sedie spaccate, pareti sporcate, escrementi umani (super-umani) nei lavabi, negli asciugamani e nei cestini, evidentemente per sfregio dei sub-umani goym.
All'hotel Astoria di Cracovia, anche tappeti bruciati.
Da quando le guardie giudaiche degli «studenti» hanno cominciato ad ordinare ad altri clienti, da loro evidentemente giudicati sospetti, di andarsene dall'albergo, anche l'Astoria ha deciso di rifiutare altri israeliani.»

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martedì, giugno 12, 2007

Ratione Peccati IV


[dalla relazione del professor Franco Nembrini al Convegno ecclesiale della Diocesi di Roma; Arcibasilica lateranense, lunedì 11 giugno 2007]

«Dante nel Paradiso, interrogato da S. Pietro sulla fede, si sente chiedere: “Quella cara gioia sopra la quale ogni virtù si fonda, dimmi, donde ti venne?”

Perché io potevo desiderare, bambino, di essere come mio papà? Perché presentivo, sapevo che mio papà sapeva le cose che nella via è importante sapere. Sapeva del bene e del male, della verità e della menzogna, della gioia e del dolore, della vita e della morte.
Cioè senza discorsi e senza prediche mi introduceva ad un senso ultimamente positivo dell’esistenza, di tutti gli aspetti della vita. Era la testimonianza vivente di una Verità conosciuta.
Se l’educazione, come dice don Giussani nel Rischio Educativo è “introduzione alla realtà totale, cioè alla realtà fino all’affermazione del suo significato”, bene mio papà faceva esattamente questo.
E questo, mi pare, è proprio ciò che manca ai giovani oggi: sono cresciuti senza che venisse loro offerta questa “ipotesi esplicativa della realtà” e perciò paurosi, trovandosi di fronte a tutto perennemente indecisi, e tristi, e perciò così spesso violenti. Perché, lo sappiamo bene noi adulti: non si può rimanere a lungo tristi senza diventare cattivi.
Ma rendiamoci conto che la tristezza dei figli è figlia della nostra, la loro noia è figlia della nostra.

Ecco, mio padre, lo dico volutamente con un paradosso, ci ha educati perché non aveva il problema di educarci, di convincerci di qualcosa. Lo desiderava, certo, certo pregava per questo, ma era come se ci sfidasse: “io sono felice, vedete la mia vita, vedete se trovate qualcosa di meglio e decidete”. Perseguiva tenacemente la sua santità, non la nostra. Sapeva che santi a nostra volta lo saremmo potuti diventare solo per nostra libera scelta.

Ma questo non è bastato, non è bastato perché si è infilato nel rapporto tra me e loro qualcosa che lo ha incrinato. Avevo 17 anni, e nonostante l’educazione ricevuta in casa si insediò in me il dubbio, lo scetticismo, insomma, andai in crisi, una crisi profonda, di cui soffrivo molto.
La cosa che mi faceva soffrire maggiormente era che il nulla divorava ciò a cui tenevo di più, divorava mio padre e mia madre, i miei fratelli e i miei amici: era un sentimento di inconsistenza della realtà, mi franava tutto addosso.
Guardavo mia madre lavorare in casa e piangevo perché sentivo che qualcosa me la stava portando via, neanche il bene che le volevo reggeva, perdevano di consistenza tutte le cose che mi erano care.

Vissi un anno o due in una crisi molto profonda, abbandonando evidentemente la pratica religiosa, che non mi diceva più niente, anzi, sfidando con cattiveria una mia sorella che nel frattempo aveva incontrato Comunione e Liberazione, dicendole: “Dimmi da che cosa ti avrebbe salvato il Salvatore, da che cosa ti avrebbe redento il Redentore? Siete come gli altri, anzi peggio degli altri, soffrite e morite come gli altri: dove sta la salvezza? Da che cosa ti avrebbe salvato? Quando esci la domenica dalla Messa che cosa puoi dire di te stessa più di quello che posso dire io?”
Non poteva evidentemente dire allora (aveva 19 anni), non poteva rispondermi quello che oggi, risponderemmo insieme: che il di più che Gesù ha portato nella vita è semplicemente l’io, l’io, una persona che prima non c’era, una coscienza di sé e delle cose che prima non c’era, e che era quello che io stavo cercando.»

lunedì, giugno 11, 2007

Pacco, contropacco e contropaccotto /8

Ovvero: Autocefalia canaglia

L'Espresso in edicola venerdì 7 giugno 2007 pubblica un "Colloquio" tra il giornalista Gigi Riva con Sua Beatitudine Crisostomo II Arcivescovo della Chiesa Ortodossa autocefala di Cipro.

Classe 1941, Crisostomo è stato eletto "Arcivescovo di Nuova Giustiniana e di tutta Cipro" il 6 Novembre 2006 dopo aver a lungo ricoperto la carica di Presidente del Santo Sinodo della Chiesa di Cipro in seguito alla grave malattia del predecessore e in tal veste di "locum tenens" nel 2005 ha partecipato ai funerali di Giovanni Paolo II e all’inaugurazione del Pontificato di Benedetto XVI il quale, a sua volta, ha mandato una delegazione ufficiale della Chiesa cattolica alla intronizzazione di Crisostomos II a nuovo capo della Chiesa cipriota.

Arcivescovo Crisostomo II, circola voce che lei sarà il mediatore dell'incontro tra Roma e Mosca. E l'itinerario del suo viaggio del resto è eloquente.

"Una premessa. Ho chiesto io di poter vedere il papa e lo ringrazio per l'opportunità. Noi vogliamo aiutarlo in ogni modo per migliorare la relazione tra le due Chiese perché siamo figli dello stesso Padre. Sarei felice se accettasse l'offerta".

Ci sono, oggi, le condizioni per l'incontro con Alessio II?

"Ogni momento è un buon momento perché lo scopo è quello di fare ciò che è meglio per entrambe le Chiese. È chiaro che si tratta di un incontro che non si organizza in 24 ore. Prima bisogna scambiarsi i delegati, mettere al lavoro i teologi. Insomma, bisogna preparare l'evento perché sia un successo. Io sono pronto a fornire il mio contributo. Farò il possibile per farli incontrare. Loro e le Chiese".

Ha avuto modo di sondare l'opinione di Alessio II al riguardo?

"Gli sono molto vicino e sono suo buon amico. Penso di poter affermare che nemmeno per lui ci sono problemi. Quando si hanno buone intenzioni, gli ostacoli si superano".

Giovanni Paolo II ci provò a superarli, ma si trovò davanti difficoltà insormontabili. Oltretutto passava per essere più favorevole al dialogo interreligioso di papa Ratzinger. Fu lui a promuovere gli incontri di Assisi.

"Durante il pontificato di Giovanni Paolo II l'allora cardinale Ratzinger forse aveva un modo differente di vedere le questioni. Ma nella posizione attuale ha un'altra responsabilità. È il papa. E, non dimentichiamolo, è un papa teologo. Conosce bene la teologia greca e questo aiuta il dialogo tra le Chiese".[...]




Orbene, prendiamo atto e rallegriamoci tutti per l'intraprendenza ecumenica dell'Arcivescovo di Cipro e per la sua costatazione della presente concordia tra tutte le Chiese autocefale.
Nel frattempo Benedetto XVI ha anche nominato un nuovo prefetto della Congregazione delle Chiese orientali in sostituzione di Sua Beatitudine il patriarca siriaco di Antiochia, il siriano Ignace Moussa Daoud.
Recatosi il 9 giugno presso il palazzo della congregazione in via della conciliazione nella festa di sant'Efrem il siro per commemorare il novantesimo della fondazione (per volontà del predecessore Benedetto XV) della congregazione dei cattolici di rito orientale, il sedici volte Benedetto ha dato l' annuncio della nomina del nuovo prefetto nella persona del Sostituto della Segreteria di Stato l'argentino Leonardo Sandri.
Sarebbe malignità pensare che questo sia per Sandri un dorato pensionamento al pari della nomina del Sostituto agli affari esteri Jean-Lous Touran a Cardinale Bibliotecario.
D'altronde non è abituale (vedi Ratzinger e Sodano) che quando un capo dicastero presenti la domanda di dimissioni al compimento dei settantacinque anni, come prevede la legge canonica, queste vengano rapidamente accettate. Forse il cardinale Daoud soffre di problemi di salute, forse preferisce tornarsene in Siria (ma che compito pastorale può avere un Patriarca "emerito"?) o, forse, proprio per la presente accellerzione del dialogo con le Chiese ortodosse, la presenza ai vertici dell Curia Romana di uno di quelli che gli ortodossi chiamano spegiativamente un "uniate" può essere un ostacolo al dialogo, e non solo un ostacolo psicologico: si ricordi che per concedere il placet al viaggio di Giovanni Paolo II ad Atene la Chiesa autocefala ellenica pretese espressamente che il cardinale Ignazio Moussa Daoud non facesse parte del seguito papale!

Probabilmente il sedici volte Benedetto si augura che un monsignore rotto a tutte le sottigliezze della concertazione diplomatiche sia assai più adatto a trattare con le chiese ortodosse e con gli stati ortodossi poichè spesso nei paesi dell'est europeo lo sciovinismo nazionalistico rende i due elementi inseparabili.


A dispetto dell'ottimismo del buon Crisostomo di Cipro, dalla Russia ha cominciato a soffiare un vento gelido "preventivo" per bocca del solito Hilarion Alfeyev Vescovo ortodosso di Vienna e dell’Austria ( nonchè rappresentante del patriarcato di Mosca presso la Comunità Europea).

In un'intervista rilasciata venerdì 8 giugno sua eccellenza Hilarion paventa il "pericolo" di un accordo tra Cattolicesimo ed Ortodossia:

“La nostra affermazione principale è questa: il primato nella Chiesa è necessario, anche a livello universale, ma a livello della Chiesa universale non può essere primato di giurisdizione, ma solo primato d’onore”, ha detto in un’intervista all’agenzia “Interfax”.

“Storicamente, il primato del Vescovo di Roma nella Chiesa cristiana, dal nostro punto di vista, era quello dell’onore, non della giurisdizione – ha spiegato –. Ciò vuol dire che la giurisdizione del Papa di Roma non è mai stata applicata a tutte le Chiese”.

“Nel secondo millennio, il Papa di Roma è diventato de facto ‘il Patriarca d’Occidente’, con questo titolo riservatogli anche de jure fino ai tempi recenti, mentre nell’Est la Chiesa era guidata da quattro Patriarchi di Chiese ortodosse locali – quelli di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme”.

Dopo la rottura con Roma, il primato nella famiglia delle Chiese ortodosse si è spostato automaticamente a Costantinopoli, anche se i canoni delle origini ascrivono al Vescovo di Costantinopoli il secondo posto dopo il Vescovo di Roma.

A proposito del primato “non possono esserci compromessi di sorta”, ha affermato ancora il Vescovo Alfeyev.

“Lo scopo del dialogo teologico non è affatto raggiungere un compromesso – ha osservato –. Il suo obiettivo per noi è piuttosto identificare la visione originale della Chiesa del primato del Vescovo di Roma”.


Mi chiedo quando il vescovo Hilarion vorrà aprire un serio dibattito teologico per chiarire il ruolo del Patriarcato di Mosca durante il primo millennio dell'era cristiana!

sabato, giugno 09, 2007

Historia Ecclesiastica Anglorum, V

Ovvero: come Giulio Meotti, sul Foglio di sabato 9 giugno 2007, ci dipinge lo stato attuale di quella Chiesa d'Inghilterra che venne fondata per risolvere le questioni di alcova di Enrico VIII.
Appaiono sempre più tremendamente lucide le analisi che del deplorevole stato della Chiesa d'Inghilterra - un gregge senza pastore- che ne tracciava il santo Cardinal John Henry Newman!


"Nella chiesa anglicana l’ortodossia è gay friendly, lo scisma conservatore"

In cima ai pensieri del primate anglicano Rowan Williams c’è soprattutto il sorpasso dei cattolici in Inghilterra.
A fermare l’emorragia ci aveva provato il reverendo gay friendly Robert Runcie, che ha una moglie che sulla Bbc parla spesso di sesso. Contro di lui si espose l’evangelico George Carey.
Gli anglicani oggi sono sull’orlo di uno scisma sulla questione omosessuale, a cui Time Magazine dedica la copertina con il titolo “Guerra santa”. Carey provò a placare il malumore conservatore richiamando il principe Carlo alla castità e facendo autocritica fino al punto di definire la sua chiesa “anima di una nazione atea”.
Nel 1998 a Lambeth si svolse la decennale conferenza anglicana e il risultato fu la linea dura contro l’ordinazione dei gay. Il Parlamento aveva abbassato a sedici anni l’età in cui vengono considerati leciti gli atti omosessuali e alcuni vescovi si dimostrarono molto concilianti.
Cinque anni dopo la guida degli anglicani episcopaliani Katharine Schori, la prima donna a capo di un ramo della chiesa in cinque secoli, consacrò il vescovo Gene Robinson, convivente gay e divorziato e per il quale Gesù era uno che “viaggiava con un gruppo di uomini”. Schori parlò anche di “madre Gesù”.

Williams non ha mai fatto mistero di aver ordinato sacerdoti gay e nel 1989 predicava la necessità di “allontanarsi dall’idea che il sesso riproduttivo sia una norma”. I vescovi conservatori non hanno mai digerito il suo savoir fair di hippy scozzese.
A Time, Williams dice ora che la chiesa non è mai stata così “fragile e vulnerabile”. La sua leadership non si estende oltre le province “bianche” perché nel conservatore Global South regna il primate nigeriano Peter Akinola, che parla del “vizio liberal” di considerare “la propria agenda più importante dell’obbedienza alla parola di Dio”. Negli anni 70 c’erano 5 milioni di anglicani in Nigeria e 16 diocesi. Oggi sono 18 milioni e 80 diocesi. Nei paesi “bianchi” sono fermi a tre milioni.

I leader anglicani emergenti in Inghilterra sono l’ugandese John Sentamu, arcivescovo di York, e il pakistano Michael Nazir Ali, arcivescovo di Rochester. Contro i predicatori islamisti Sentamu ha detto: “Non importa quale Dio adori, se ti manda a uccidere della gente mi chiedo: che genere di Dio è questo?”.
Nel dicembre scorso sette parrocchie in Virginia, contrarie alla nomina di Robinson, abbandonarono gli episcopaliani per seguire Akinola, il quale ha detto: “In Nigeria obbediamo alla Scrittura, sia conveniente o meno. Non è negoziabile”.

Secondo lo studioso Philip Jenkins è la marcia dell’islam a determinare il giudizio sull’omosessualità: “I musulmani convertono dicendo che l’occidente è sessualmente irresponsabile. Se la chiesa anglicana accetta i vescovi gay, i musulmani guadagnano terreno in Africa. Akinola sa che sotto attacco è l’esistenza della cristianità, l’equilibrio fra islam e cristianesimo”.
Nei giorni scorsi c’è stato un altro scandalo. Una collaboratrice di Williams, il reverendo Emma Loveridge, ha annunciato di essere incinta. Il problema è che non è neanche sposata.

Il prossimo anno a Lambeth si terrà un’altra conferenza. Williams non ha invitato né Robinson né il conservatore della Virginia, Martyn Minns, nominatoda Akinola. Si parla di una punizione per lo scisma: “Il mio nome è sinonimo di dissenso” aveva detto Minns. “Se la chiesa non evangelizza è morta” ripete Akinola. Il contrario di Williams, che ieri si incatenava alle basi dell’esercito americano e oggi allo spirito del tempo, mentre la maggioranza di fedeli conservatori va dalla parte opposta.
Quando Williams avallò la legge inglese sui gay, Akinola abrogò dallo statuto nigeriano la frase “in comunione con Canterbury”. “Se vogliono creare una nuova religione, good luck”.

Gli anglicani si sono divisi su tutto: sacerdozio, gay, aborto, islam, Israele, dialogo con i cattolici e dogmi. E’ come se lo scisma si fosse consumato e si trattasse di formalizzarlo. Basta pensare alle reazioni sulle caricature di Maometto. A Time, Williams ripete che bisogna capire la risposta di un “membro di una comunità musulmana isolata”. Quando in Nigeria i soggetti in questione passarono a bruciare le chiese, Akinola parlò un’altra lingua: “Ai fratelli musulmani diciamo che non hanno il monopolio della violenza”.

venerdì, giugno 08, 2007

Logos spermatikòs

Sive: "CRIMEN... TUBAZZIONIS"

(Tubi che perdono e preti pedofili:
la signora Pina e i problemi interni della Chiesa
)

"...C’ho tutta la casa allagata, padre.”

“Figliola mia, che disgrazia, che disgrazia! È una dura prova, ma nulla che non si possa sopportare con cristiana rassegnazione!”

“Padre, c’ho mio marito a casa, con i piedi a mollo e la cucina allagata: glielo spieghi lei ‘sta cosa della cristiana sopportazione, che lui sta già tirando giù a furia di bestemmie tutti i santi del Paradiso e anche qualche beato ancora in lista d’attesa!”

“Uh ma che carattere, è peccato mortale!”

“Ha detto che chiama i pompieri!”

“I pompieri? Ma figliola, suvvia, ragioniamo, questo sono faccende interne fra me e te, si possono risolvere così, tra noi. Vorremo mica mettere in mezzo l’autorità…”

“Eh, ma don Filippo, ci sono i danni….”

“Danni, danni… eccoli là, subito a far questione di quattrini! Adesso, con calma, chiamo il vescovo, poi facciamo un bel sopralluogo con i nostri esperti, apriamo un faldone….”

“Ma non è meglio che chiamiamo l’idraulico che cambia il tubo?”

“Cambiare, cambiare, anche questo povero tubo, un po’ di cristiana comprensione…chiamiamo il sagrestano che ci mette un po’ di silicone e lo lasciamo lì….”

“Ma, padre benedetto, son due anni che mette il silicone ogni settimana, e il tubo perde sempre, glielo avevamo già detto! È lei che non lo vuole sostituire. Mio marito l’ha detto e ridetto che tutto l’impianto idraulico è da rifare, bisogna controllare i tubi uno ad uno, ma lei non vuol sentire! Se chiama i Vigili del fuoco le mettono sotto sequestro tutta la canonica!”

“Oh ma insomma, adesso basta, l’ho capito tuo marito, eh? Di’ un po’ quant’è che non si vede a messa?”

“Padre, ma non ho capito, che c’entra?”

“E la tua figliola, ne vogliamo parlare della tua figliola? Non vive da due anni con il suo ragazzo, eh?”

“Ma padre…”


martedì, giugno 05, 2007

Pro Missa bene cantata /3

In morte di padre Ragheed Ganni sacerdote della Chiesa Cattolica Caldea assassinato a Mossul assieme a tre diaconi la domenica di Pentecoste dopo che aveva celebrato la divina liturgia nella chiesa parrocchiale dedicata allo Spirito Santo.


Dopo la celebrazione eucaristica, padre Ragheed si stava allontanando dalla chiesa in macchina insieme ai tre diaconi e alla moglie di uno di questi, Gassan Isam Bidawed.
Negli ultimi giorni i tre accompagnavano sempre il sacerdote per cercare di proteggerlo. «Erano giovani pieni di fede, che viaggiavano con il loro parroco rischiando la vita credendo in Cristo», raccontano gli amici. All'improvviso, proprio all'angolo della strada, la macchina è stata fermata da uomini armati.
Gli aggressori, fatta allontanare la donna, hanno ucciso con più colpi d'arma da fuoco i quattro ecclesiastici.

Intorno ai cadaveri, hanno poi piazzato alcune autobomba, progettando di far morire altra gente che si fosse avvicinata a recuperare i corpi. Nelle prime ore successive all'attentato, le salme sono rimaste abbandonate per strada perché nessuno osava avvicinarsi. Solo verso le 22 (ora di Mosul), le forze dell'ordine sono riuscite a disinnescare le bombe e recuperare le salme, ricomposte nella chiesa del Santo Spirito.

Sull'Avvenire di martedì 5 giugno il seguente profilo a firma di Lorenzo Fazzini:

«Non ho paura: si deve compiere la volontà di Dio»

Per lui il patriarca caldeo Emmanuel Delli ha speso l'impegnativa parola di «martire». In effetti non esiste termine più appropriato per la figura di padre Ragheed Ganni, il sacerdote caldeo assassinato domenica scorsa a Mosul insieme a tre suddiaconi davanti alla chiesa dello Spirito Santo, di cui era parroco da pochi anni. Sì, perché padre Ragheed aveva chiara la coscienza che vivere da cattolico nell'Iraq martoriato dalla crescente persecuzione anticristiana poteva voler dire la morte. Una strada su cui il giovane sacerdote caldeo (aveva 35 anni) si era incamminato volontariamente: nel 2003 aveva deciso di rientrare nella sua città, Mosul, nel Nord dell'Iraq, un tempo ritenuto più sicuro per la minoranza cristiana irachena. «Questo è il mio Paese, qui c'è la mia gente: dopo sette anni di studio in Italia (a Roma aveva frequentato il collegio irlandese, ndr) dovevo tornare» aveva confidato in un'intervista ad AsiaNews nel 2004. Diventato segretario del vescovo caldeo di Mosul, monsignor Paul Faraj Raho, e docente anche all'istituto teologico di Baghdad (a Roma aveva conseguito una licenza in Ecumenismo), era stato diretto spettatore» dell'escalation di violenze contro i cristiani. Il 7 dicembre 2004 aveva visto con i propri occhi lo sfregio all'arcivescovado di Mosul: si trovava lì quando 5 terroristi erano penetrati nell'edificio e lo avevano disseminato di bombe per poi farlo saltare in aria. «È rimasto in piedi un muro, sopra c'è la foto di Giovanni Paolo II» raccontò dicendo di sentirsi un «sopravvissuto a morte certa». Poi, il 2 marzo e il 30 marzo del 2006, altre bombe contro la chiesa dello Spirito Santo: «Ma non smetteremo di celebrare la messa, lo faremo sotto terra» diceva ai giornalisti; la sua parrocchia aveva subito un'altra azione ostile il primo aprile scorso. Padre Ganni era intervenuto al Congresso eucaristico di Bari il 28 maggio 2005 nella veglia precedente l'arrivo di Benedetto XVI: «Proprio fra le difficoltà stiamo comprendendo il valore della domenica, giorno dell'incontro con Gesù il Risorto, giorno dell'unità e dell'amore fra di noi - aveva scandito nella piana di Marisabella -. Qualche volta mi sento fragile e pieno di paura. Quando, con in mano l'Eucarestia, dico "Ecco l'Agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo", sento in me la Sua forza: io tengo in mano l'ostia, ma in realtà è Lui che tiene me e tutti noi, che sfida i terroristi e ci tiene uniti nel suo amore senza fine». A Bari, padre Ganni rifletteva sul paradossale dono «elargito» dal terrorismo ai cristiani iracheni: «In tempi tranquilli ci si dimentica il grande dono che ci è fatto. L'ironia è questa: attraverso la violenza abbiamo scoperto che l'Eucarestia, il Cristo morto e risorto, ci dà la vita. E questo ci permette di resistere e sperare». «Qualcuno pensa che dovremmo combattere, ma io dico che con la nostra fede dobbiamo insegnare agli altri il nostro modo di vivere»: questo il punto di vista di padre Ragheed sul ruolo dei cristiani nell'Iraq insanguinato.

Di recente aveva confidato ad una giornalista di AsiaNews: «Stiamo per crollare». A sminuire la fiducia dell'incrollabile prete caldeo - giunto al sacerdozio dopo una laurea in ingegneria - erano le vessazioni degli estremisti contro i cristiani, la solitudine che questi ultimi sentivano, la mancanza di acqua, luce e gas; i rapimenti che non risparmiavano i religiosi. Un giorno, in un colloquio telefonico, gli chiesero: padre, ma perché è tornato in Iraq dove rischia la vita? «Non ho paura - rispose -. Ho sempre pregato perché si compia la volontà di Dio. Qui a Mosul c'è la mia diocesi, ci sono i miei cristiani. Dovevo tornare perché la gente ha bisogno di guide spirituali; e io non sono migliore di loro per stare lontano da qui».


sabato, giugno 02, 2007

La Divina Pastora [3]



Domenica 27 maggio 2007 solennità di Pentecoste (e quale data poteva essere migliore se non il giorno della "indistinta" discesa dello Spirito Santo su Maria e suglia Apostoli?) "...a Toronto cinque donne e un uomo sposato, tutti cattolici, sono stati ordinati sacerdoti e diaconi da un vescovo donna, Patricia Fresen.

La cerimonia, organizzata dal movimento Roman Catholic Womenpriests, che non è riconosciuto dal Vaticano, si è svolta in una chiesa protestante alle periferia della metropoli canadese. L'arcidiocesi di Toronto ha subito fatto sapere che l'organizzazione responsabile delle ordinazioni non ha alcuna affiliazione né rapporto con la Chiesa cattolica romana; e ha ricordato che l'ordinazione di uomini al sacerdozio è un sacramento che non può esser cambiato. Secondo il sito web della Bbc, una folla di fedeli entusiasti ha seguito il rituale officiato dal vescovo Patricia Fresen, una delle più note figure del movimento
".

Facendo un rapido salto sul sito internet di cotal eresiachico movimento ho notato subito l'acconcia decorazione della Home Page che si fregia della riproduzione di uno dei mosaici della Cappella di san Zenone nella basilica romana di Santa Prassede.
Quattro busti muliebrii: la Madre di Dio tra le due sante sorelle martiri Prassede e Prudenzianta e poi, alla destra di chi guarda una figura il cui nimbo non è circolare ma quadrato, segno che trattasi di persona ancora vivente all'epoca in cui completò l'opera musiva. Intorno al nimbo la scritta "THEODORA EPISCOPA".

Ah! Orrore e raccapriccio: miro sconcertato non riuscendo a contenere l'indignazione costatando donde possano giungere le sottigliezze delle mistificazioni sataniche!
La Teodora in questione, vissuta a Roma nel IX secolo, non era una "vescovessa" ma era la madre di Papa Pasquale I ( cioè il vescovo di Roma) il quale fece edificare la cappella al fine di- a tempo debito- seppellirivi la madre e per suffragarvi l'anima della pontificia genitrice all'altare della medesima cappella dedicata alla Santa Vergine dal bell'appellativo di "Santa Maria libera nos a poenis Inferni".
Nel nono secolo chi leggeva capiva benissimo che l'iscrizione latina significava "Teodora la madre del vescovo" e nessuno si sarebbe mai sognato di tradurre "Episcopa Theodora" con "la vescovessa Teodora"!
Ancora oggi nelle Chiese di rito bizantino dove il prete e il diacono possono prendere moglie, queste ultime vengono appellate rispettivamente "Presbytera" e "Diakonissa" anche se nessuno si sognerebbe mai di far loro celebrare una divina liturgia!

Alle aspiranti "vescovesse" del terzo millennio consiglierei di spostare lo sguardo sull'altro lato della cappella medievale, di fronte all'effige della madre di papa Pasquale, e cioè verso la preziosa reliquia della colonna della flagellazione di Cristo: poichè Nostro Signore vuole patire congiunto alla sua Chiesa, sino alla consumazione dei secoli.

venerdì, giugno 01, 2007

A SECRETIS, III

ovvero: visioni private

La sera dell'ultimo giorno del mese mariano, mentre su Raidue si concludeva la tanto deprecata trasmissine Anno Zero di Michele Santoro intorno al famigerato "Sex crimens and the Vatican" su Raiuno invece il serafico Bruno Vespa appariva alla Madonna di Fatima, verrebbe da dire se non chè qualcuno non ritenesse l'espressione blasfema.

L'antico volpone di un conduttore di Porta a Porta, rivolto all'eminentissimo cardinal Tarcisio Bertone che gli appariva "come in uno specchio" chiede "la busta" e ci manca poco che Bertone replichi come un Mike Bongiorno d'antan : "vuole la uno, la due o la tre?"
Il cardinal Segretario di stato, infatti, prima mostra la busta con il testo della traduzione italina del terzo segreto di fatima, ma non la apre e non la mostra; Bruno vespa legge la data sulla busta: 1967.
Poi apre la grande busta in cui era conservato il segreto presso il vescovo di Leiria e che nel 1958 fu trasferito al Sant'Uffizio "per conservarlo meglio".
All'intero una busta su cui Suor Lucia scrisse che "per ordine di Nostra Signora" il segreto poteva essere rivelato dopo il 1960 dal vescovo di Leiria-Fatima o dal patriarca di Lisbona. All'interno un'altra busta su cui la medesima veggente aveva scritto il medesimo "ordine" di Nostra Signora e poi finalmente ecco spuntare tra le candide mani del porporato -in prima visione mondiale- le originali quattro paginette del racconto della visione del vescovo vestito di bianco colpito a mortre da arma da fuoco e frecce.

Una prima considerazione di chi vede Porta a Porta è quella di scoprire che il terzo segreto nei piani di Nostra Signora non doveva per forza essere rivelato solo al papa.
Sul perchè il cardinal Ottaviani "in illo temore" disse che il segreto era composto di un solo foglio di venticinque righe, Bertone non sà proprio come spiegare un lapsus del genere. Inoltre per avvalorare il fatto che quello da lui presentato nel 2000 è l'unico possibile terzo segreto di Fatima (e non vi è un "quarto segreto")sostiene che Ottaviani non era l'unico oltre al papa a conoscere il testo del segreto ma era stato letto e discusso da tutti i cardinali membri della plenaria del sant'Uffizio.
Saremo anche noi ignoranti delle procedure inquisitoriali del sant'uffizio al pari dei giornalisti della Bbc ma questa è la prima volta in cui Bertone fa emerge questo aspetto della procedura che precedette la decisione giovannea di non rivelare il Segreto nel 1960.
Di una cosa però il telespettatore "veggente" di Porte a Porta che ha letto il libro di Socci si è convinto: che cioè è umanamente impossibile poter intravedere in controluce il testo del segreto addirittura attraverso tre diverse buste e sostenere tranquillamente che all'interno vi era un unico foglio con un testo di circa venti righe come invece affermò di aver fatto nel 1958 il vescovo coadiutore di Leiria-Fatima.

Post Scriptum: Ovviamente c'è la possibilità che la busta fosse un'altra come argomenta beatamente il buon Antonio Socci che Vespa non ha opportunamente invitato in trasmissione (per evitargli la scomunica dato che di fronte agli incalzanti "Perchè? perchè? perchè!!!" di Socci sicuramente Bertone avrebbe reagito con meno carità cristiana di Giovanna Melandri).

BERTONE NEL “VESPAIO” : "...a un certo punto il prelato mostra le buste che sono state aperte nel 2000, quando fu svelata la parte del terzo segreto con la visione del “vescovo vestito di bianco”. Ebbene, su queste buste manca qualcosa che doveva assolutamente esserci: una frase di papa Giovanni. Infatti monsignor Capovilla, segretario di Giovanni XXIII, riferì in due interviste a Orazio la Rocca (Repubblica, 26.6.2000) e a Marco Tosatti (nel libro “Il segreto non svelato”) che quando – nel 1959 – papa Roncalli lesse il Terzo segreto e decise di secretarlo, disse allo stesso Capovilla di “richiudere la busta” scrivendoci sopra “non dò nessun giudizio” perché il messaggio “può essere una manifestazione del divino e può non esserlo”.

Ebbene dov’è la scritta voluta da Giovanni XXIII ? Nelle buste mostrate da Bertone non c’è. Dunque sta altrove..."

E poi: "...Bertone a “Porta a porta” ha fornito involontariamente un’ altra prova, ancora più clamorosa, che il “quarto segreto” esiste. Infatti della busta contenente il testo della visione ha dato le misure: “9 centimetri per 14”. Il prelato evidentemente ignora che dal 1982 all’Archivio del Santuario di Fatima è conservato un documento di monsignor Venancio il quale portò materialmente la busta col “quarto segreto” alla nunziatura per inviarlo a Roma. Il monsignore trascrisse le esatte misure della busta di Lucia che era di 12 centimetri per 18. Dunque dagli atti ufficiali risulta che quella era un’altra busta".

Il secondo miracolo di Benedetto XVI


Giovedì 31 maggio 2007 , con un comunicato congiunto, La Santa Sede e gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la decisione di stabilire ufficiali relazioni diplomatiche al fine di “promuovere relazioni di amicizia reciproca e di sviluppare la cooperazione internazionale” . Perciò la Santa Sede aprirà una nunziatura apostolica ad Abu Dhabi e gli Emirati Arabi Uniti un’ambasciata a Roma, (in ottemperanza di ciò che, circa le relazioni diplomatiche, prescrive la Convenzione di Vienna del 18 aprile 1961).

L’accordo è stato firmato dall’Arcivescovo Celestino Migliore, osservatore permanente della Santa Sede presso l’ONU, come rappresentante della Santa Sede, e da Abdulaziz Nasser Al-Shamsi, ambasciatore e rappresentante permanente degli Emirati Arabi Uniti presso l’ONU, come rappresentante del Governo di questa federazione.

giovedì, maggio 31, 2007

Pasan los Campanilleros !



«... Pasa la Gracia,
pasa la Luz,
pasa la Flor,
pasa Sevilla,
pasa la Madre de Dios»

mercoledì, maggio 30, 2007

Storiografi in Vacanza (della Sede Apostolica)

Sive: Aperite mihi Portas Iustitiae!


Era il 18 settembre 2006 quando gli storici di professione hanno potuto per la prima volta consultare i trentamila volumi di carte dell'Archivio Segreto Vaticano relativi ai 17 anni corrispondenti al pontificato di Pio XI e cioè dal 6 febbraio 1922 al 10 febbraio 1939 (tra le "nuove" carte a disposizione degli storici spiccano i diari inediti dell'allora cardinale Segretario di Stato Eugenio Pacelli).
"In illo tempore" il prefetto dell'archivio segreto, intervistato dal "divinus" Magister, ammonì: "Vi sono infatti studiosi – per chiamarli così – che alle indagini lunghe e minuziose e all’attenzione per le sfumature dei documenti, preferiscono giudizi generali, che nel caso dei papi e della Chiesa cattolica divengono subito estremi: nero o bianco, assoluzione o condanna. Ma l’attività dei pontefici, della Santa Sede e la realtà della Chiesa non sono realtà monolitiche, o soltanto piramidali. Occorre una concezione diversa e un più maturo giudizio storico anche su Pio XI, lontano tanto dalla vuota e inutile apologia, quanto dal preconcetto o dalla parzialità. Gli studiosi seri sanno che la storia si scrive con fatica, che gli archivi non si indagano in un giorno e neppure in un mese, ma esigono anni di ricerca...".
Orbene, a soli otto mesi da quella apertura (e da quegli ammonimenti!) viene dato alle stampe per l'editore Enaudi:"Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un papa" in cui già dal sottotitolo si evince la tesi - per niente originale- dell'autrice Emma Fattorini: cioè di prospettare un papa "buono" ma anziano e malato che viene ostacolato ed impedito ad agire da una Curia "cattiva".

Il principe dei "cattivi" non può essere che quel "nazista" del cardinale Pacelli che avrebbe ostacolato l'operato del "buon" papa "antifascista"! Son certo che la signora Fattorini sarebbe la prima ad inorridire di questa epitome del suo panphlet in tutte le librerie dal 29 maggio, ma la colpa unica e sola è in vero dell'autrice stessa che ha troppo drammatizzato, senza aver alcun riscontro storico, l'idea di un Papa Ratti la cui solitaria voce si leverebbe contro fascismo e nazismo di contro a una Curia sorda ai mali dell'epoca.
Verrebbe invece da chiedersi come avrebbe fatto un papa anziano e malato a prendere le pubbliche ed ufficiali prese di posizione che prese se non avesse avuto attorno dei validi e fedeli collaboratori ed esecutori dei suoi propositi. E invece: «Pacelli elimina l’ultimo discorso di Pio XI» proclama la Fattorini: ovvero, nel febbraio 1939 il cardinal Pacelli avrebbe fatto sparire in fretta e furia il testo della allocuzine papale assai dura verso il regime fascista che Pio XI avrebbe dovuto leggere in faccia a tutto l'episcopato italiano in occasione del decennale dei Patti Lateranensi!
Come non ipotizzare invece che, viste le pessime condizioni di salute dell'ottantaduenne pontefice, non sia stato proprio Pacelli e la Segreteria di Stato ad aver confezionato quella bozza di discorso che poi, causa decesso, Pio XI non potette pronunciare?
Come ipotizzare una dicotomia tra la politica del papa "buono" e la politica del Segretario di Stato senza prima aver studiato i diari del cardinal Pacelli?

Ne scrive esaurientemente Andrea Tornielli sul Giornale di mercoledì 30 maggio 2007 ("Pio XI e Pacelli. La censura che non c'era") dopo che, in vista dell'uscita del libro dell dottoressa Fattorini, "il Sole 24ore" di domenica 27 aveva in anteprima pubblicato il testo del famigerato discorso "occultato" dal successore Pio XII.

Per avvalorare la sua tesi ad effetto: «Emma Fattorini non spiega che Eugenio Pacelli – in quel momento decaduto dall’incarico di Segretario di Stato, ma che in quanto Camerlengo aveva il compito di reggere la Sede Vacante insieme agli altri porporati per l’ordinaria amministrazione – doveva comportarsi in quel modo.
Pacelli non «distrugge» il discorso o le sue bozze, o gli appunti o le diverse stesure: altrimenti Giovanni XXIII nel 1959, e la Fattorini oggi, non avrebbero potuto rintracciarlo nell’Archivio segreto vaticano.
Ciò che il futuro Pio XII fa, e non poteva fare altrimenti, è ordinare la distruzione delle bozze a stampa e dei piombi in tipografia di un testo non ancora corretto e definitivo di un Pontefice defunto.
Il Papa era morto, non poteva più pronunciare quel testo, la commemorazione dei Patti Lateranensi era stata cancellata: né Pacelli né nessun altro aveva in quel momento l’autorità di far pubblicare un discorso postumo e non ancora definitivo.»


E' la "Sede Vacante", bellezza!

lunedì, maggio 28, 2007

DEVOTIO MODERNA [8]

“Per questa nostra vittoria cantiamo. Grazie a Jahvè! ”

Ovvero: THE "CLERICUS" CUP!


Sul campo della Petriana all'Oratorio S. Pietro di Roma, domenica 27 maggio 2007 nella Solennità di Pentecoste , i Neocatecumenali hanno conquistato la Clericus Cup:il campionato di calcio pontificio!
I seminaristi dello "Redemptoris Mater" hanno sconfitto per "1-0" la Pontificia Università Lateranense con un gol su rigore, al 15° del secondo tempo, del bomber Piermarini .
"Dedico questa vittoria al rettore che ci ha concesso di giocare il torneo - ha dichiarato l'allenatore della Redemptoris Simone Biondi, "e poi voglio anche ringraziare tutti i miei giocatori, e i miei genitori che sono venuti a vedermi". Polemico l'intervento dell'allenatore della Lateranense Marco Cerquetani: "Tanto di cappello ai vincitori - ha detto - Ma siamo stati penalizzati da alcuni infortuni e, mi dispiace dirlo, anche dall'arbitraggio. Comunque ci ripresenteremo l'anno prossimo ancora più agguerriti".
Nella finale per il terzo posto la "Mater Ecclesiae" ha battuto 3-1 la "Sedes Sapientiae".
Circa 200 spettatori hanno assistito ai due incontri, tra loro erano presenti anche i rettori dei 4 seminari finalisti: monsignor Rino Fisichella della Lateranense, monsignor Claudiano Strazzari del Redemptoris Mater, monsignor Juan Carlos Dominguez della Sedes Sapientiae e padre Juan Manuel Duenas del Mater Ecclesiae.
Alle finali non ha assistito l'Eminentissimo Segretario di Stato Cardinal Tarcisio Bertone la cui presenza era stata invece annunciata come certa vista la sua "de propaganda" fede juventina.

CASTRUM DOLORIS, IX

Ovvero: Tutti "Pazzi" per Mary



In occasione del IV centenario della Morte ( 25 maggio 1607) di Santa Maria Maddalena de'Pazzi l'urna che conserva il corpo incorrotto della mistica fiorentina è stata solennemente portata in processione per le vie di Firenze.
Sabato 19 maggio, l’urna con il corpo della Santa è stata traslata dal monastero carmelitano di via dei Massoni a Careggi, dove è conservata da quando nel 1888 fu sfrattata dalle autorità civili dalla "sua" bella chiesa di Borgo Pinti (dove nel corso del ’700 si era trasferito il monastero carmelitano), sino alla Cappella del Seminario arcivescovile, dove la santa ebbe la prima sepoltura.
La sera di domenica 20 maggio, festa dell’Ascensione, il corpo incorrotto della Santa ha percorso con una processione notturna le vie del centro storico fino al Duomo di Santa Maria del Fiore dove, sotto la cupola del Brunelleschi, per una settimana ha ricevuto l'omaggio dei fedeli.

In occasione delle celebrazioni maddaleniane, il sedici volte Benedetto ha inviato una acconcia lettera di felicitazioni al Cardinal Ennio Antonelli, Arcivescovo di Firenze mentre nel Seminario arcivescovile fiorentino (Lungarno Soderini, 19) che fu il convento carmelitano di Santa Maria degli Angeli in cui visse e morì la santa è stata ideata una mostra iconografica (gratuita!) aperta dal 19 maggio al 20 luglio 2007 dal titolo: Maria Maddalena de’ Pazzi. Santa dell’“Amore non amato” .

Venerdì 25 maggio nel gaudio quattrocentenario della solennità della festa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi; dopo il Pontificale vespertino in Duomo presieduto dal Cardinale Arcivescovo; alle ore 21 nella "mistica" cornice del Battistero v'è stato lo spettacolo «Venite ad amare l’Amore», ovvero una lettura di testi scelti tratti dalle opere della santa alla quale ha "prestato la voce" l'attrice "redenta" Claudia Koll: beniamina dell'universo clero mercè la sua biografia tanto somigliante con quella di santa Maria Maddalena, quell'altra e più celebre Maddalena però.



Post scriptum:
Anche se "Si può allora dire che Roma è il nome concreto della cattolicità" come ha infatti detto al "Regina Coeli" di Pentecoste il Papa sedici volte Benedetto, nel centro della cattolicità poco sentore si hanno avute delle solennità fiorentine in onore della Maria Maddalena de'Pazzi.
Nella basilica romana di San Giovanni Battista dei Fiorentini, la chiesa "Nazionale" fiorentina , il secondo altare laterale alla destra di chi entra fu dedicato proprio alla santa fiorentina per volere del papa fiorentino che la beatificò. Sull'altare domina una grande tela che raffigura una delle innumerevelo visioni della Santa in cui la Beata Vergine Maria le fa dono di un candidissimo velo simbolo della grazia del perpetuo e perfetto esercizio della virtù della castità. Orbene, il venerdì 25 maggio -cioè nell'anniversario quattrocentenario!- la cappella risultava assediata da legni e tubi metallici rimasugli di impacature smontate o da montare, mentre l'altare era occultato da una grande tela poggiata verticalmente raffigurante il fiorentino San Filippo Benizi in Gloria: pala d'altare proveniente dalla cappella esattamente di fronte momentaneamente in restauro; ai piedi dei gradini dell'altare un vaso conteneva un piccolo palmizio torto ed essiccato.
Non si vuol negare che nei monasteri carmelitani maschili e femminili dell'Urbe molto si sia pregato e meditato in vista del felice anniversario epperò fuori dai sacri recinti claustrali poco o nulla parrebbe essere trapelato. Anchè perchè nell'immaginario collettivo tra le mistiche carmelitane troneggia incontrastata la santa madre Teresa di Gesù, ma Maria Maddalena de'Pazzi non è santa meno povera di estasi o meno munifica nel descrivere le sue barocche visioni rispetto alla santa di Avila!
Nell'evo contemporaneo una pietà come quella vissuta da Maddalena de'Pazzi non può che sconcertare anche il più benevolo fedele cattolico che si accosti ai resoconti dei suoi deliqui. Per di più, se vogliamo continuare nel paregone con Santa Teresa, mentre i testi della Santa riformatrice del carmelo furono editi ben prima della sua elevazione agli altari invece la Prima edizione di Tutte le Opere di S. Maria Maddalena de' Pazzi la si ebbe nel non lontano 1966 per l'occasione del IV centenario della sua nascita. Per di più la secentesca grammatica fiorentina è assai ostica ed indigesta!
Di questa generale italica disconoscenza del ricchissimo patrimonio di resoconti mistici lasciateci dalla grande monaca carmelitana fiorentina dell'età barocca, forse il grande vantaggio è che, fortunatamente ignorandoli, a nessun regista verrebbe in mente di fare un film su Maddalena de'Pazzi come invece pultroppo e disgraziatamente accade per Teresa de Cepeda y Ahumada!

sabato, maggio 26, 2007

dei Sepolcri, XVI

In occasione delle celebrazioni per il Quarto Centenario della morte del venerabile cardinale Cesare Baronio , la Confederazione internazionale della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri (poichè ogni "casa oratoriana" è autonoma ed indipendente dall'altra) ne ha ufficialmente e solennemente reintrodotto la Causa Canonizzazione. Ragion per cui, preceduta da una “Giornata di preghiera pro Beatificatione”, in data 20 aprile 2007 si è proceduto alla riesumazione dei resti mortali per una solenne ricognizione: "ad iniziativa della Postulazione della Causa e con il consenso del Vicariato di Roma, della Congregazione per le Cause dei Santi e della Congregazione dell’Oratorio Romano.

L’atto si è compiuto (...)nella cripta sotto il presbiterio di S. Maria in Vallicella e nella cappella “interna” di S. Filippo Neri, alla presenza del Rev.mo mons. Gianfranco Bella, Protonotario Apostolico, a ciò delegato dall’Em.mo Sig. Card. Camillo Ruini, Vicario di Sua Santità per l’Urbe, del Rev.mo mons. Giuseppe D’Alonzo, Promotore di Giustizia, del Cav. Dr. Giuseppe Gobbi, Cancelliere, del dr. Nazareno Gabrielli, perito anatomico.


Aperta la cassa di piombo nella quale nel 1694 i resti venerati del Servo di Dio erano stati collocati in occasione della prima ricognizione, si è trovata la cassetta metallica sigillata che li contiene dal 1960 quando vi furono posti a seguito di un’altra ricognizione effettuata per sistemare le sepolture custodite nel sepolcreto dei Padri (...) Venerando con commozione le Reliquie del Ven. Baronio, il Procuratore Generale vi ha deposto, come omaggio di tutta la Famiglia Oratoriana, una croce d’argento ed ha voluto che la piccola urna, nel trasporto alla cappella interna di S. Filippo, sostasse qualche istante presso l’urna preziosa del Santo Padre dove su tutta la Famiglia Oratoriana è stata invocata l’intercessione di S. Filippo Neri e del suo grande discepolo e primo successore."


"Nell’imminenza della solennità di S. Filippo Neri, si sono concluse le operazioni della ricognizione canonica delle Reliquie del Ven. Card. Cesare Baronio.
Il Protonotario apostolico mons. Bella ha posto i sigilli sulla nuova urna che le racchiude e con una semplice ma partecipata cerimonia essa è stata trasportata nella Cappella Spada della chiesa di S. Maria in Vallicella. Hanno presenziato al rito il Procuratore Generale, il Postulatore della Causa di Beatificazione, alcuni confratelli dell’Oratorio di Roma ed una rappresentanza di fedeli.
Gli umili resti del Venerabile discepolo di S. Filippo Neri, adeguatamente ricomposti ed avvolti, per una migliore conservazione, in tela di lino"
fino al 30 giugno 2007, giornata centenario della morte del venerabile, sono state esposte alla venerazione dei fedeli nella Chiesa Nuova dentro la cappella di San Carlo Borromeo meglio nota come Cappella Spada.


Come denota il loro pessimo stato di conservazione, i resti mortali del venerabile Cesare Baronio nei secoli hanno subito notevoli danni dovuti al cattive condizioni della cripta della Chiesa Nuova: uno spazio cui si accede attraverso una piccola porta sulla destra dell'altare maggiore ed una stretta e ripida scala dalla quale si entra in due locali che si trovano sotto al presbiterio e sotto la cupola.
Lo stato di degrado della cripta è testimoniato da un articolo a firma Locatelli tratto dal mensile "San Filippo Neri - S. Maria in Vallicella - Chiesa Nuova" n.6 del giugno 1923: "...In breve accendiamo delle candele e ci mettiamo per la rapida scaletta che da accesso ad un breve corridoio. Il mistero ci rende per un momento sospetti: varchiamo il regno silenzioso della morte, ma nessun sentore ce ne dà la terribile presenza. C'è solo dell'umidità che gocciola dai muri e buio greve da catacomba.
Adesso scendiamo pochi gradi e ci troviamo in una cella abbastanza grande con due fornici laterali. Quando abbiamo fatto un po' di abitudine con l'oscurità, rotta dalla scialba zona di luce dei cieli, ci si presenta alla vista uno spettacolo che ha del macabro e del pietoso al tempo stesso. Sotto ai nostri piedi scricchiolano fradici rottami di legni e detriti di ossa, sparsi ovunque in terra e a torno su di un muretto di riporto, in fondo a cui è un rozzo altare, ove furono deposte le fragili casse oggi un ammasso di cose informi (...). Con tutto questo i morti, visti così, non fanno terrore: fanno riflettere, questo sì, alla verità del motto Hic pulvis, cinis et nihil. E' uno specchio - possiamo dire - tetro magari, in cui ciascuno di noi può vedersi riflesso, non per cagione di avvilimento, ma per sentirsi cantare nello spirito un'altra sublime verità, che anche divina promessa: Non omnis moriar.
Ecco dei sarcofagi: sono di grosse lamine di piombo, con sul coperchio - vanità delle vanità - leggiadri stemmi gentilizi di nomi incisi su delle targhette con la data della nascita e della morte (...). Notiamo due sarcofagi più piccoli degli altri: chiniamo la candela per leggere: Ossa Caesaris Card. Baronii hic reposita anno sal. MDCIV, e nell'altro: Cineres Franciscii Mariae Card. Taurusii hic collecti anno sal. MDCXCIV.
Sono i due grandi luminari, dopo il maestro Filippo de Neri, della Congregazione dell'Oratorio. Il Baronio successore nel 1607 del santo apostolo di Roma, fu confessore di Clemente VIII, bibliotecario della Vaticana. Fautore degli Annalis ecclesiastici che giungono fino al 1158, inesauribile miniera di notizie cui ampliamente attinse anche Ludovico Muratori. Il Tarugi fu arcivescovo di Avignone, anima pia ed umile tanto che recavasi ad onore di essere stato per 50 anni verso Filippo come un novizio religioso. Si compiva così il voto che leggiamo in un'epigrafe dell'abside del tempio che dice pressappoco questo: "Perché non siano disgiunti nella morte i corpi di coloro, le cui anime furono così congiunte in vita - la congregazione li ha voluti collocare in un unico monumento (...)".


Dopo questa ricognizione furono fatti degli interventi di bonifica perciò nel resoconto della successiva ricognizione delle salme del luglio 1960, come viene raccontato sulla rivista dall'oratorio di S.Filippo Neri del settembre del 1960, la situazione era un poco migliorata:
"Nei giorni 19 e 20 luglio scorsi il sepolcreto è stato accuratamente visitato e sono state identificate una decina di salme, nelle relative casse o in quello che di esse rimaneva. Per le rimanenti spoglie, come per il cumulo degli avanzi ossei della sepoltura comune di congregazione, gli inviati dell'ufficio comunale hanno predisposto la conservazione in loco e la muratura dei locali, mentre il grande vano centrale, che si estende fin sotto l'altare maggiore, sarà nel prossimo mese, completamente ristrutturato.
Frattanto i corpi venerandi dei cardinali Baronio e Taruggi e del P. Virgilio Spada, nonchè degli altri prelati ivi sepolti e riconosciuti, liberati dalle casse di piombo, ormai rovinate dal tempo e dall'umido, ricomposte in urne nuove di metallo e racchiusi in altre urne di pietra, con sopra scritti i nomi dei defunti.
I lavori di muratura e di sistemazione del pavimento saranno svolti prima dell'autunno, così il sepolcreto storico potrà essere comodamente visitato e decorosamente conservato per i posteri.
Le ricognizioni avvenute alla presenza del P. Preposito e di tre padri della congregazione sono state registrate in apposito verbale ed un verbale a parte è stato fatto per le spoglie del Baronio (...). La postulazione, in collaborazione con la Congregazione romana, curerà poi la dedicazione della cappella di S.Carlo alla memoria dei discepoli di S.Filippo, come già da tempo deciso e annunziato."




Nativo di Sora ( quel che a Roma viene definito un "Burino") studiò a Napoli, venuto a Roma per completare lo studio del Diritto divenne penitente di San Filippo Neri e partecipe delle iniziative di gioioso apostolato di "Pippo Buono" fatto di: conversazioni, intrattenimenti musicali e gite "fuori porta", che fu sintetizzato con un parola: "Oratorio".
Poiché nei suoi interventi all’Oratorio prediligeva i temi della morte, delle pene infernali e degli spasimi delle anime purganti, con una delle sue straordinarie intuizioni Padre Filippo gli comandò invece di parlare solo e soltanto della storia della Chiesa: per trent’anni Cesare vi si dedicò, riprendendo dall’inizio, ogni quattro anni, la sua esposizione.

Dopo la morte di San Filippo, che si era sempre opposto, accettò la nomina a Cardinale e fu Bibliotecario di Santa Romana Chiesa.
Visse poveramente in Vaticano, conservando “in saccoccia” la chiave della sua camera nella "Vallicella" dove ogni quindici giorni si recava a sermoneggiare sempre obbediente al comando di San Filippo. Sentendo avvicinarsi la morte abbandonò il suo appartamento in Vaticano per trasferirsi definitivamente presso i suoi fratelli della "Chiesa Nuova" pesso cui sprirò il 30 Giugno 1607. Trenta cardinali presenziarono al suo funerale (praticamente un conclave dell'epoca) ed una folla immensa di fedeli partecipò alle esequie e per tanta devozione alla salma strapparono vesti e capelli come “si suole in morte di un gran servo di Dio”.
Papa Benedetto XIV riconobbe nel 1745 le virtù eroiche del Baronio e gli conferì il titolo di venerabile. La causa proseguì (e cioè non proseguì affatto) con la solita lentezza di tutte le cause di beatificazione dei membri dell'Oratorio a causa delle vicissitudini storiche (e soprattutto alla mancanza di gerarchia) della congregazione filippina. Finché nel 1968 la Congregazione delle Cause dei Santi diede alla causa del Baronio il "reponatur" proprio mentre il Postulatore P. Carlo Gasbarri aveva già compiuto un notevolissimo lavoro per la stesura e la presentazione della "Positio".

giovedì, maggio 24, 2007

...entre todas las Mujeres! [15]


Mentre il mondo politico esternava il proprio alto consiglio invitando alla concordia e al dibattito "democratico nel rispetto di tutte le componenti"; mentre sui giornali cattolici e laici divampava la polemica; mentre nascevano petizioni per chiedere alla Rai di non acquistare i diritti del documentario "Sex crimes and the Vatican" della Bbc; mentre i comitati etici, i comitati di garanzia, i sindacati dei giornalisti (per non parlare della Blogosfera!) levavano la loro voce pro o contro la volontà di Michele Santoro di mandare in onda il tristemente noto servizio giornalistico britannico ecco che "Sex crimes and the Vatican" è stato mandato in onda mercoledì 22 maggio sulla televisione locale romana "TeleDonna" nella più totale indifferenza mediatica :
Che bisogno c'era di fare tanto fracasso per il video della BBC (che merita il massimo rispetto, ma è pur sempre la TV di Stato di un paese tradizionalmente anticattolico) sui preti pedofili, che Michele Santoro ha intenzione di trasmettere nel suo programma "Anno Zero"? Bastava sintonizzarsi ieri sera su TeleDonna (una piccola emittente laziale collegata al Partito dei Consumatori, che tradizionalmente ospita invettive antiberlusconiane e manifestazioni di solidarietà nei confronti dei cosiddetti "eroi cubani", finita di recente nel mirino del Ministero delle Comunicazioni per le violazioni al Codice di autoregolamentazione a tutela dei minori), dove scorrevano indisturbate le immagini di "Sex Crimes and the Vatican", con le confessoni delle vittime intervistate e le invettive dei loro legali...

Preti pedofili: Teledonna "brucia" Santoro (e la montagna partorisce un topolino)

Historia Ecclesiastica Anglorum, IV

TONY BLAIR CATTOLICO?

"Pare che Tony Blair annuncera' presto pubblicamente la sua conversione al cattolicesimo.
Nessuna sorpresa. Gia' moglie e figli sono cattolici e lui stesso frequenta regolarmente la messa con la propria famiglia e da solo.
In occasione di un incontro privato con Giovanni Paolo II ricevette la comunione dal Papa stesso, cosa piuttosto insolita per un non cattolico.
La spiegazione piu' plausibile e' che, gia' accolto nella Chiesa, prima di annunciarlo pubblicamente abbia aspettato di lasciare l'incarico di Primo Ministro e di leader del Labour Party per evitare polemiche in un Paese di forti tradizioni e pregiudizi anticattolici.
Vedremo ..."


Sempre Angelo "pietate superna" ci annuncia una nuova conversione al cattolicesimo: il luterano Robert C. Koons, professore di filosofia alla "University of Texas", abiurata l'eresia, si è piamente sottomesso alla Sede Romana.

Breve ai Principi, II


Il Foglio di Sabato 19 maggio 2007 pubblicava le trascrizioni della prima argomentazione del filosofo Flores d'Arcais e della prima contro-argomentazione dell'"immenso" Giuliano Ferrara con cui principiò il loro dialogo addì giovedì 10 maggio 2007 all’Auditorium del Parco della Musica di Roma in occasione del "Festival della filosofia". La diatriba verteva intorno alla compatibilità di Dio con la democrazia o addirittura della di Lui necessità per essa!
A corollario, sul Foglio di giovedì 24 maggio, appare una lettera al direttore di "don Ciccio" Ventorino, "longa mano" (benedicente) di CL alle falde dell'Etna:

"...Il suo interlocutore sostiene che l’operazione proposta da Benedetto XVI, quella del tornare a vivere “come se Dio ci fosse” sarebbe una proposta assurda, che ci farebbe addirittura ripiombare nel buio dei secoli passati, segnati dalle guerre di religione; mentre basterebbe – per fondare una vera democrazia – un “nucleo di valori condivisi”, secondo quel principio liberale “una testa un voto”, che implica l’uguale dignità di ciascun individuo. Ma è proprio l’insufficienza a garantire la dignità di ciascun individuo e la democrazia stessa di questo principio – come dimostra la storia dei totalitarismi del secolo scorso, che si sono affermati proprio in forza di “valori condivisi” e quindi, si può dire, “democraticamente” – che il Papa attuale ha voluto evidenziare con la sua provocante proposta, alla quale è giunto con un cammino che viene da lontano.
Quando era ancora il professore Joseph Ratzinger in una conferenza pubblicata nel 1972, citando i “Colloqui con Hitler” di Hermann Rauschning, che nel 1933-34 era presidente del Senato della libera città di Danzica, riferisce la seguente dichiarazione che il dittatore avrebbe fatto: “Io libero l’uomo dalla costrizione di uno spirito diventato scopo a se stesso; dalle sporche ed umilianti autoafflizioni di una chimera chiamata coscienza morale, e dalle pretese di una libertà a autodeterminazione personale, di cui ben pochi sono all’altezza”. E così la commentava:
“La coscienza era per quest’uomo una chimera dalla quale l’uomo doveva essere liberato; la libertà che egli prometteva doveva essere una libertà dalla coscienza. […] La distruzione della coscienza è il vero presupposto di una soggezione
e di una signoria totalitaria. Dove vige una coscienza, esiste anche una barriera al dominio dell’uomo sull’uomo e all’arbitrio umano, qualcosa di sacro che rimane inattaccabile e che è sempre sottratto all’arbitrio, sottraendosi ad ogni dispotismo proprio o estraneo. Solo l’assolutezza della coscienza è l’opposto assoluto nei riguardi della tirannide; solo il riconoscimento della sua inviolabilità protegge l’uomo nei confronti dell’uomo e nei confronti di se stesso; solo la sua signoria garantisce la libertà” (“Chiesa, ecumenismo e politica”, Edizioni Paoline, Milano 1987, p. 159).
Ma per Ratzinger la coscienza non andava intesa come un tribunale soggettivo e arbitrario, ma come il luogo in cui echeggia la voce di Dio. Il riconoscimento dell’assolutezza della coscienza è, quindi, legato al riconoscimento dell’Assoluto.
E’ per questo che, qualche giorno prima che divenisse Papa Benedetto XVI, ha lanciato da Norcia quella sfida che ha fatto inorridire Flores D’Arcais e l’ha così motivata:
“Il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo allora capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita “veluti si Deus daretur”, come se Dio ci fosse. […] Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno” (“L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture”, Libreria Vaticana e Edizioni Cantagalli, Roma – Siena, Maggio 2005, pp. 62-63).
Svolgeva così le sue “Tesi per una Europa futura”, che aveva enunciato molti anni prima:
“Ricordo un’importante frase di Bultmann: ‘Uno stato non cristiano è fondamentalmente possibile, ma non uno stato ateo’, non in ogni caso come tale, come duraturo stato di diritto. Ciò implica che Dio non venga relegato incondizionatamente alla sfera privata, ma che venga riconosciuto anche pubblicamente come valore supremo. Ciò include senz’altro – e vorrei sottolinearlo con decisione – la tolleranza e lo spazio anche per le persone atee e non può avere nulla a che fare con la costrizione alla fede. […] Io sono convinto che alla lunga non esistono chances per la sopravvivenza dello stato di diritto sotto un dogma ateo in via di radicalizzazione e che qui è necessaria una riflessione sulla natura radicale: come questione di sopravvivenza.
Allo stesso modo oso affermare che la democrazia funziona unicamente se funziona la coscienza e che questa coscienza ammutolisce se non si orienta secondo la validità dei fondamentali valori etici del cristianesimo, i quali sono realizzabili anche senza esplicita professione di cristianesimo, anzi anche nel contesto di una religione non cristiana” (“Chiesa, ecumenismo e politica, cit., p. 219).
Del resto anche Karl Löwith, da lei citato nel suo intervento, aveva già mostrato come, addirittura secondo Feuerbach, “al di fuori della religione cristiana, lo stato profano diventa necessariamente la ‘totalità di ogni realtà’, l’‘essere generale’ e la ‘provvidenza dell’uomo’. Lo stato è ‘l’uomo in grande’, lo stato in confronto a sé è ‘l’uomo assoluto’; esso diventa a un tempo una realtà e una confutazione pratica della fede” (Karl Löwith, “Da Hegel a Nietzsche”, Einaudi, Torino 1969, p. 141).

Ecco perché condivido pienamente le conclusioni alle quali lei perviene, cioè che “la democrazia è opera di Dio […] cioè della presenza di un concetto di Dio nella storia”; mentre il totalitarismo, “culmine di un processo moderno ammalato e degradato, è invece l’anticristo, l’anticristianesimo”.
don Francesco Ventorino"

mercoledì, maggio 23, 2007

visioni private /16



Il 21 e 22 maggio Mediaset ha mandato in onda il film per la televesione di 100 minuti "L'uomo della carità" sulla figura e l'opera di don Luigi Di Liegro : su Canale 5 lunedì 21 maggio la prima puntata e la seconda martedì 22 maggio spostato su Rete4 a causa la scarsità degli ascolti.
C'è chi ha detto che "Don Luigi di Liegro – L'uomo della carità" la ennesima fiction a soggetto religioso avrebbe stancato il pubbico televisivo italiano, altri invece reputano troppo azzardato lo spostamento dellla fiction da una rete all'altra.
Sicuramente la figura di questo "prete romano" è poco nota fuori dall'Urbe, inoltre la sua vita ha poco del santino per essere classificata come la solita fiction religiosa.
Biasimando l'italico andazzo di ritenere colpevole del pessimo audience il regista o l'attore (o magari la felice memoria dell'anima di don Di Liegro), personalmente plaudo alla scelta del soggetto ed al regista di aver tracciato una biografia asciutta e senza patetismi. In ciò ha sicuramente aiutato l'analisi della biografia di questo "monsignore" del Vicariato di Roma sempre in prima fila nell'aiuto concreto ai poveri, senza parole d'ordine ideologiche, senza servilismi ai padroni laici ed ecclesiastici della Roma degli anni settanta ed ottanta (la contemporaneità del personaggio ha sicuramente molto aiutato i soggettisti e soprattutto la sua "vita intensa" ha evitato invenzioni imbellettanti).

Il fondatore della Caritas italiana, per un ventennio sempre presente, molto prima delle istituzioni -e spesso a dispetto delle istituzioni- lì dove il tessuto sociale e civile della capitale minacciava di incancrenirsi.
Un "sant'uomo" (ma senza le estasi e visioni dei "padri pii" televisivi) sempre in mezzo agli ultimi, ma sarebbe meglio dire uomo profondamente autentico e limpido nei propri intendimenti e perciò sempre a proprio agio fra gli altri uomini, tutti gli altri uomini. Epperò ci andrei cauto a sentenziare che"Non era un santo né lo sarebbe diventato", diamo tempo al tempo!


La buona riuscita del soggetto televisivo va imputata innanzitutto al carattere, appassionato e franco e schietto, cioè poco monsignorile, dello stesso monsignor Di Liegro che l'attore Giulio Scarpati è riuscito a cogliere magistralmente. A tal proposito ha dichiarato Luigina di Liegro, nipote del sacerdote e vicepresidente della Fondazione intitolata a don Di Liego: "Io avevo individuato da un pezzo, in Scarpati, l'interprete di don Luigi, era l'unico in grado di esprimere il carisma di mio zio, la sua forza, la sua dolcezza.
Commovente la capacità di Scarpati di incarnare le movenze, lo sguardo, financo le incrinature della voce del prete romano morto nel 1997 consumato dall'ardore -più che dall'amore- per il prossimo.
“Ho avuto molto materiale a disposizione, anche interviste e Tg dell’epoca" ha spiegato il protagonista: "Ho incontrato chi l'ha conosciuto cercando di capire chi fosse veramente e sono contento che la regia asciutta di Di Robilant abbia restituito l'essenza e la forza di un personaggio lontano da ogni forma di retorica".
Opportuna, poi, la scelta di ferminare il film con la reale della folla che gremiva i suoi funerali in San Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma.

L'unico appunto che c'è da fare è la lamentabile usanza di presentare le autorità ecclesiastiche sempre bardate con le vesti prelatizie, come se senza zucchetto rosso e fascia paonazzo le Loro eccellenze ed Eminenze non muoveressero un passo!
Assai simpatica la scena del conferimento dell'ufficio "Charitas" con la stanza col tetto a spioventi che pare proprio il quarto piano del palazzo Lateranense! Mi chiedo infatti se il Vicariato non abbia messo a disposizione qualche proprio ambiente per esempio quello che nel film appare come l'ufficio del Cardinal Vicario, dove "miracolosamente" nel 1973 appare appeso al muro (dietro all'attore barbuto che dovrebbe essere il cardinal Poletti) un grande quadro ad olio raffigurante un anziano papa Giovanni Paolo II! Inoltre il cardinal Ugo Poletti non portava certo la barba!

Polletti morì anche lui nel 1997, pochi mesi prima di Di Liegro.
Io me lo ricordo bene, ottantunenne, da oltre un quinquennio non più Vicario di Roma ma pensionato di lusso a Santa Maria Maggiore con la carica di Cardinale Arciprete.
Me lo ricordo nel mese di maggio '96 piccolo di statura, tutto vestito di rosso, con mozzetta e rocchetto, entrare nella ombrosa basilica liberiana, dirigersi in fondo verso la cappella Paolina e lì al centro della cappella di Papa Borghese, nel fulgore del più sontuoso barocco romano, perennemente in ginocchio davanti alla Salus Populi Romani, guidare la recita del rosario e delle litanie. Poi, serrando ytra le bianche mani il proprio nero libro di devozione, riattraversare la navata porgendo la diafana mano al bacio di qualche rara fedele: uscire nel portico dove un solerte "sanpietrino" gli apriva l'anta del portone, a lato della Posta Santa, da dove, salendo l'ampio scalone barocco, raggiungeva i suoi appartamenti.

martedì, maggio 22, 2007

Amicus Plato sed magis amica Santippe, V


La BBC nel 2006 mandò in onda un reportage sugli abusi sessuali dei preti cattolici in Irlanda, Stati Uniti e Brasile o meglio sull'esistenza di precisi ordini dati dal Vaticano per occultare i fatti e così "salvare" i preti pedofili. La tesi venne immediatamente e apertamente sconfessata dalla Conferenza episcopale inglese, la quale invitò la Bbc a "vergognarsi per lo standard giornalistico usato nell'attaccare senza motivo Benedetto XVI."

Guarda caso, subito dopo il grande successo del "cattolico" Family Day ecco che alcuni giornali hanno annunciato che uno dei video più scaricati da Video Google era proprio quel servizio giornalistico della BBC, messo in rete e appositamente sottotitolato in italiano da Bispensiero (sito di amici siciliani di Beppe Grillo), chiedendosi retoricamente come mai quella inchiesta giornalistica non era mai stata trasmessa dalle TV italiane (come se ci fosse una convenzione internazionale che obbligasse Rai, Mediaset e La7 a ritrasmettere i programmi della BBC!).

Da un punto squisitamente giornalistico "le notizie" riportate dalla BBC sono assi datate: l'esplosione dello scandalo pedofilia che ha coinvolto la Chiesa cattolica in Irlanda e negli Stati Uniti risale al 2001 ed anche del prete pedofilo brasiliano che aveva scritto un piccolo trattato su come attirare le sue ingenue vittime ebbe a suo tempo giustamente ampio risalto sui Media.

E' purttroppo assolutamente evidente a chiunque che dai processi per pedofilia contro membri del clero cattolico emerge tristemente che i vescovi o i superiori religiosi spessissimo avevano già ricevuto segnalazioni da parte delle vittime di abusi e dai loro familiari e per mettere la cosa a tacere avevano trasferito il presunto pedofilo ad altra parrocchia (e al massimo magari ordinando di sottoporsi a qualche colloquio psicologo).
Non c'è bisogno però di ipotizzare un codificata strategia vaticana che imponesse ai Vescovi di insabbiare il tutto. Il recente dibattuto, presunto e clamoroso caso di pedofilia a carico delle maestre di Rignano Flaminio ne è un esempio magistrale: sia le maestre accusate sia le colleghe non fanno altro che piangere la loro estraneità a i fatti, mentre sia il sindaco e i cittadini del piccolo Comune alle porte di Roma - pur non essendo degli ecclesiastici- non fanno altro che provare fastidio per tanto clamore senza dolersi troppo per i bambini abusati ma anzi screditando la validità delle testimonianza degli infanti!

Quando i casi di pedofilia travolsero la Chiesa statunitense e molti vescovi e pure un cardinale dovettero dimettersi, Giovanni Paolo II intervenne emanando "Motu proprio" la Lettera Apostolica "Sacramentorum sanctitatis tutela" cioè un nuovo documento in cui tra le più gravi colpe di un prete veniva ribadita anche la pedofilia che veniva ancor di più sanzionata e per questo -a norma del Codice di diritto canonico- entrava a far parte di quei "delitti" che per la loro gravità non erano più demandati al giudizio del vescovo locale ma riservati immediatamente alla Santa Sede (ovviamente per "riservati" non si intende che questi non debbano essere resi pubblici ma si parla del fatto quei preti che peccano gravemente contro il sacramento dell'Eucaristia e della Confessione non possono essere assolti da nessun prete e nemmeno dal vescovo ma che sono “avocati” al Papa: cioè che la loro estrema gravità solo il Papa può "giudicare"!).

A questo documento pontificio -che è indirizzato ai vescovi- venne allegata una lettera del Cardinal Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, in cui dopo aver elencato i delitti "riservati alla Santa Sede" si puntualizza che "Ogni volta che l'ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un'indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all'ordinario o al gerarca, dettando opportune norme, di procedere" e così si veniva a modificare la precedente normativa poiché "l'istruzione "Crimen sollecitationis" finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant'Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici".

Il 18 maggio 2001 ecco che, mercé l'Eminentissimo Ratzinger, l'universo mondo veniva a conoscenza di una Istruzione del Sant'Uffizio che spiegava come indagare, processare e nel caso punire quegli ecclesiastici che si erano macchiati del "Crimen sollecitationis" cioè "crimine di provocazione": ovvero avessero usato della loro autorità in Confessione per costringere il penitente ad avere rapporti sessuali e, più in generale, nei casi di denunce di chierici che avessero avuto rapporti sessuali con donne, uomini, bambini e animali.

E' evidente che nel 1962, vista la delicatezza dell'argomento, ai vescovi era comandato che l'istruzione fosse:
"servanda diligenter in archivio secreto Curiae pro norma interna non pubblicanda nec ullis commentariis agenda".

In un'epoca in cui anche i decreti pontifici con cui si autorizzava l'uso delle lingue e delle danze indigene nelle messe dei Paesi di Missione dovevano essere dai vescovi tenuti segreti, sotto pena di scomunica, figurarsi se il Vaticano poteva rendere noto all'opinione pubblica che c'era la possibilità che dei preti avrebbero potuto avere rapporti sessuali con animali!

La tesi del progranna della BBC «Sex crimes and Vatican» è che il "crimen sollecitationis" fosse il documento che istruiva i vescovi su come insabbiare le accuse di pedofilia e che comandasse la rimozione "per promozione" del prete pedofilo come strategia abituale per mettere a tacere le dicerie ed inoltre si desse istruzione di fare pressione psicologica sulle vittime per evitare che parlassero.
Non solo! Il nuovo documento del 2001, avocando a Roma le inchieste per accuse di pedofilia non avrebbe fatto altro che aumentare l'omertà della Chiesa cattolica in materia e accrescere la mafiosa e criminale protezione dei preti pedofili: "deus ex machina" di questa diabolica strategia non sarebbe altri che il pontefice "ccioiosamente" regnante, per vent'anni prefetto dell'ex-Sant'Uffizio!

Nella più totale ignoranza dei metodi "inquisitoriali" di Santa Romana Chiesa si è fatto passare il richiamo alla discrezione e alla segretezza che indagini tanto delicate impongono con il comando di sottrarre alla giustizia civile e penale i chierici colpevoli di abusi sessuali tanto che negli Stati Uniti qualcuno ha chiesto di processare "il cittadino" Ratzinger con l'accusa di aver voluto intralciare la giustizia americana.
Ovviamente a prendere la palla al balzo ci pensarono quei laidi laici dei Radicali italiani che nel 2005 organizzarono una conferenza stampa in Texas cui parteciparono l'avvocato David Shea, il legale di Houston che denunciò in sede civile il cardinale Joseph Ratzinger davanti alla Corte distrettuale del sud del Texas per la presunta copertura data ai membri del clero responsabili di abusi sessuali; Maurizio Turco, Segretario di Anticlericale.net ed ex deputato, il deputato Daniele Capezzone; l'europarlamentare Marco Cappato e Rita Bernardini attualmente Segretario dei Radicali Italiani (olè!)!
Si vede che dopo il fallimento politico della contro-manifestazione dell'orgoglio laico di piazza Navona del 12 maggio non c'era di meglio da fare che rimestare nel torbido per far passare il messaggio che è meglio affidare i propri figli ad una coppia di gay, atei materialisti dialettici e fumatori di spinelli che invece mandarli all'Oratorio dei preti!


Però a me una cosa non è chiara della ricostruzione storica operata dai giornalisti della BBC: se la Chiesa cattolica ha per cinquant'anni coperto i preti pedofili, come proverebbe il documento approvato "ex audentia Santissimi die 16 Martii 1962", perchè il grande colpevole "storico" deve essere individuato nel cardinal Ratzinger?

Quando il beato e "papa buono" Giovanni XXIII emanò quel "documento pro-pedofili" Joseph Ratzinger era solo un prete professore "progressista" di teologia in Germania.
E' pur vero che dal 1981 divenuto prefetto il cardinal Ratzinger non modificò quella legislazione canonica ma bisogna ricordare che il superiore del prefetto della congregazione della Dottrina della fede è il papa in persona; Karol Woytjla "il buono" "il bravo" e "il bello", avrebbe potuto sin dal primo giorno del suo pontificato, abrogare quella normativa di cui sicuramente doveva essere a conoscenza sin dal 1962 poichè all'epoca era già vescovo in Polonia!

Non solo, se come sostengono i curatori di «Sex crimes and Vatican» le nuove norme emanate da Giovanni Paolo II nel 2001 hanno ancor di più aumentato la protezione ecclesiastica verso i preti pedofili ciò non solo aggraverebbe il giudizio sull'operato di Ratzinger ma ancor più nei confronti di un Karol Wojtyla falso e ipocrita che nei suoi discorsi ufficiali deprecava e condannava la pedofilia chiedendo ai vescovi di usare "tolleranza zero" verso i preti pedofili e contemporaneamente imponeva agli stessi vescovi una legislazione canonica che andava nel senso opposto!

Ragion per cui se la tesi dei giornalisti della BBc fosse vera non solo Benedetto XVI sarebbe un mostro ma anche i suoi predecessori "di santa memoria" non avrebbero avuto un contegno meno mostruoso! Si chieda pertanto di sospendere il processo di beatificazione del servo di Dio Karol Woytjla seduta stante.
Se Pio XII non viene considerato degno di essere elevato agli altare per la semplice ragione che, pur aiutandoli concretamente, non fece nessun proclama ufficiale contro l'olocausto degli ebrei, come si potrà senza scrupolo di coscienza beatificare chi fu il sommo connivente per (almeno) 27 anni dei crimini dei preti pedofili?

E, soprattutto, se Giovanni XXIII non solo "si è degnato di approvare e confermare questa Istruzione" ma ha anche comanda che quelle norme fossero "rispettate" (sic!) come lo si potrà continuare a considerare un santo distributore di miracoli per i suoi milioni di devoti? Si proceda pertanto all'eliminazione del suo nome dall'albo dei beati, il suo corpo incorrotto venga sottratto alla venerazione dei fedeli, bruciato, e le sue ceneri sparse nel Tevere!

Se a lor signori giornalisti della BBC tali richieste parranno esose e spropositate vorrà dire che anche Benedetto XVI potrebbe -il più tardi possibile!- essere un degnissimo candidato agli onori degli altari!